Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

Autorità

Se la libertà è un diritto, la sua vera portata si capisce dalla nostra capacità di riconoscerla anche come rispetto della libertà altrui.

Tu ed io, noi tutti, viviamo in un contesto sociale che deve necessariamente limitare l'esercizio della libertà individuale, perché esso non diventi anarchia.

È facile immaginare cosa avverrebbe in una famiglia, in una comunità in cui ciascuno cammina per la strada dei suoi diritti, senza tener conto che a ognuno di quei diritti corrisponde un dovere.
L'armonia tra diritti e doveri è il segreto di qualsiasi comunità familiare, civile e religiosa.

Ecco perché, anche nella sfera più ampia della libertà, esiste anche una zona più o meno ampia in cui il rispetto è l'obbedienza a certe norme collettive, diventa una condizione per l'esercizio stesso della libertà. In questo caso, obbedire non significa abdicare ai propri diritti, ma inquadrarli in un contesto più ampio in cui i nostri diritti diventino rispetto dei diritti degli altri.
Ecco perché l'obbedienza è una virtù necessaria, anzi la virtù base di qualsiasi forma di vita associata.

Chi si ribella a tutto e in tutto vuol vedere lo zampino invadente dell'autoritarismo, non ha capito che la libertà non è anarchia e che senza l'obbedienza ad un'autorità è impossibile ogni forma di vita comunitaria, sia civile che religiosa.

L'obbedienza certo non è facile, ma diventa quasi impossibile quando l'autorità viene esercitata senza intelligenza e senz'amore; quando gli ordini sono assurdi e sbagliati; quando si ha l'impressione che chi ci porta per mano è forse più cieco di noi; quando alla voce dell'autorità non corrisponde un ugual prestigio morale.

Eppure bisogna dire che talvolta l'obbedienza è necessaria proprio nel momento in cui chi comanda non sà comandare e quando tutto in noi sembra offrirci una valida giustificazione per un netto rifiuto.

Ciò non significa che si debba dire "sì" quando si pensa che la risposta giusta debba essere "no", ma soltanto che la virtù dell'obbedienza vuole talvolta anche il nascosto eroismo di un "sì" non pienamente convinto, di un'accettazione generosa anche se non pienamente sicura delle giustificazioni approssimative con le quali il "sì" ci viene chiesto da quelli che sono più in alto di noi.

Cristo disse "sì" anche quando il suo assenso poteva sembrare il lampante riconoscimento di un'ingiustizia che doveva costargli la vita.
Cristo disse di "sì" quando l'autorità s'impersonava nella dolce figura di sua madre e quando aveva i subdoli lineamenti di un Erode o di un Pilato. La negazione volontaria di noi stessi è il vertice più alto a cui possa giungere la coscienza morale.

L'obbedienza è importante anche per un altro aspetto: perché ci insegna a comandare, anzi a saper comandare. Chi non sà comandare non ha mai pagato il prezzo personale dell'obbedienza.

Chi non sà comandare non ha mai imparato ad obbedire, è arrivato sulla piccola cima delle sue ambizioni, sfoga le umiliazioni non digerite, i "sì" pronunciati a denti stretti, l'obbedienza esteriore e formale, quella di basso prezzo e di nessun valore.

Per comandare rispettando l'altrui libertà, bisogna aver conosciuto il prezzo dell'obbedienza, aver capito che un'autorità non rivestita d'amore diventa, nove volte su dieci, una forma pesante e controproducente di piccolo arbitrio; che l'esercizio dell'autorità deve sempre accompagnarsi al più scrupoloso rispetto della coscienza altrui.

Se questo non può sempre avverarsi in una comunità politica e civile, in una comunità religiosa, o l'autorità opera attraverso il rispetto degli altri, o provoca un appiattimento morale è, in definitiva, un incitamento al formalismo e all'ipocrisia.

Il disastro non avviene mai in casi clamorosi, ma attraverso uno stillicidio quotidiano di gesti e di norme che rispettano la lettera, ma uccidono lo spirito di una regola o di una legge.

L'obbedienza imposta con piccoli ricatti che vorrebbero coinvolgere anche Dio nelle più discutibili e assurde vicende della vita quotidiana; le piccole tirannìe esercitate con la pretesa che anch'esse siano ispirate dall'alto, sono alcuni degli aspetti che, da un punto di vista cristiano, fanno dell'esercizio dell'autorità un compito delicatissimo e arduo.

L'autorità come servizio esclude le diffidenze, le piccole tirannìe, le sottili inquisizioni, il culto del potere che fa abbarbicare alle poltrone del comando nonostante le incapacità e l'evidente disagio di un sistema che non funziona più.

Se oggi il principio dell'autorità è in crisi, non è tanto perché non si capisce e non si valuta l'obbedienza, ma perché non si accetta l'esercizio di un'autorità arbitraria e senza amore.

Risolta la crisi dell'autorità in senso positivo, vale a dire portata l'autorità a un livello di servizio e d'amore, anche l'obbedienza intelligente e corresponsabile, porterà gli individui ad un livello di disponibilità concreta, serena e maturante.

Chiesa di Cristo - Ferrara © , Diritti Riservati