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"UN LIBRO DIVERSO NELLA BIBLIOTECA DELL'UMANITÀ"

I grandi libri dell'umanità sono numerosi. Tuttavia nessuna opera, antica o moderna, può venire paragonata alla Bibbia: essa ha una storia e uno scopo del tutto singolari.

Quando diciamo "Bibbia", usiamo una parola greca che significa "il libro" o "i libri" o "biblioteca".

Infatti, per gli Ebrei e per i Cristiani quest'opera è "il libro per eccellenza"; ai loro occhi riveste un'importanza unica e straordinaria perché lo considerano come divino: in esso trovano la Parola di Dio e la Storia di Dio nel Suo rapporto con l'umanità.

In questa rubrica d'informazione biblica potrete leggere un contesto biblico, le relative "osservazioni" sul medesimo, ed infine, una rubrica costituita da interessanti "puntualizzazioni" su parole o frasi.

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La città tre volte santa

GERUSALEMME è una città santa per tutti coloro che riconoscono un solo Dio, anche se la loro idea della divinità non è la stessa.
Per gli Ebrei, la città è diventata sacra da quando il re Davide l'ha conquistata, più di mille anni prima di Gesù.

Per venti secoli, i Cananei erano stati padroni di quel luogo molto importante per la presenza di fonti e per le buone possibilità di difesa. Ma né Giosué né Saul erano riusciti a impadronirsene. Davide, dopo la conquista, fece di Gerusalemme la sua capitale politica, amministrativa e giudiziaria. Vi costruì il suo palazzo e soprattutto vi portò solennemente l'Arca dell'Alleanza, il cofano sacro contenente le Tavole della Legge, che aveva seguìto i figli d'Israele in tutte le loro peregrinazioni.

Prima di Davide, la città si chiamò dapprima "Ophel" e poi "Urusalim". Il re la chiamò "Yerushalàim", e il mutamento di nome voleva indicare anche l'inizio di una nuova storia.
A quell'epoca la città era molto piccola: occupava una parte della collina di Ophel. Più tardi si estese verso nord, e occupò la zona sulla quale Salomone fece poi costruire il Tempio, depositandovi l'Arca.

Cinquecento anni dopo, gli Ebrei partirono per l'esilio, e ai loro occhi, allora, Gerusalemme divenne il simbolo di un passato glorioso e di una speranza tenace, che valicò secoli e millenni.

Ogni Ebreo considera Gerusalemme come il luogo in cui si è sviluppata l'esperienza religiosa dei primi uomini con i quali Dio abbia dialogato. È il luogo della terra "più vicino" a Dio. La tradizione ebraica riassume questo concetto in un'immagine affascinante: tutte le preghiere che si fanno, in qualsiasi parte del mondo, vengono concentrate a Gerusalemme, prima di essere presentate a Dio.

Teniamo presente, tuttavia, che Gerusalemme ha questo incommensurabile valore agli occhi degli Ebrei, essenzialmente perché ospita il Tempio. Non c'è che quel Tempio al mondo e, se viene distrutto, non si potrà mai ricostruirlo altrove.

Per i cristiani è diverso.
Gerusalemme non rappresenta il passato, il presente e il futuro della fede. Appartiene solo al passato. È stata teatro privilegiato di avvenimenti che non si ripeteranno mai: e in questa misura la città ha per essi un valore affettivo e simbolico.
Il "cenacolo", dove si riunirono Gesù e gli apostoli, l'Orto degli Ulivi, il Golgota e il Santo Sepolcro sono altrettanti punti di riferimento di un destino indimenticabile: ma Cristo non è più a Gerusalemme soltanto, è dappertutto.

Infine, Gerusalemme occupa un posto particolarissimo anche nell'universo religioso musulmano.
I seguaci dell'Islam la chiamano "Al Quds", (cioè: "la sacra", in arabo) ed anche per loro essa è il punto in cui la terra si avvicina al cielo: è da Gerusalemme che Maometto salì in sogno verso i Cieli; ed è ancora a Gerusalemme che tutti gli uomini appariranno "nella nudità della loro anima" per essere giudicati.

La Mecca è per i musulmani il luogo di pellegrinaggio dei corpi, quello in cui si incontra il volto dei fratelli venuti da ogni parte del mondo.
Gerusalemme è invece il luogo di pellegrinaggio delle anime, quello in cui gli uomini, alla fine della storia, hanno appuntamento con Dio.

I Mille anni del tempio

Primo Tempio del popolo ebraico fu una tenda, sotto la quale per secoli furono accolte l'Arca dell'Alleanza e le Tavole della Legge.
Stabilito da Davide il Regno, sotto suo figlio Salomone comincia la costruzione di un vero Tempio di pietra. È l'anno 959 prima di Cristo. I lavori dureranno sette anni, e il Tempio resterà in piedi per circa quattro secoli. Andrà in rovina con l'occupazione di Gerusalemme da parte di Nabucodònosor (586 a.C.).
Quando il re persiano Ciro si impadronisce di Babilonia, invita gli Ebrei a tornare in Gerusalemme per ricostruirvi il Tempio. I vasi sacri portati via nel saccheggio vengono restituiti, ma l'Arca dell'Alleanza è scomparsa nella bufera guerresca. I lavori per il nuovo Tempio - più modesto di quello di Salomone - durano tre anni sotto la guida di Zorobabel, e terminano nel 515. Esso verrà profanato dal re greco Antioco IV, e poi riconsacrato dopo la rivolta dei Maccabei nel 164. Un secolo dopo, Cneo Pompeo conquista nuovamente Gerusalemme, ma risparmia il Tempio impedendo ogni saccheggio. Nove anni dopo, però, arriva Licinio Crasso, che comanda la guerra contro i Parti: e si porta via tutto l'oro.
Infine Erode il Grande, il re straniero, decide di sostituire il modesto Tempio di Zorobabel con un edificio più sontuoso. E incontra qualche difficoltà, perché gli Ebrei temono che il Tempio una volta distrutto, non sia più ricostruito, oppure destinato a un culto profano. Poi i lavori incominciano, nel 19 a.C., e ci vorranno ottant'anni prima che tutte le opere siano veramente completate.
Sei anni appena dopo la fine effettiva dei lavori, il Tempio sarà distrutto dai Romani.

Cosa accadde quarant'anno dopo.

Gesù aveva annunciato la caduta di Gerusalemme. Quarant'anni dopo la sua morte, l'evento si avverò. Ecco come andarono i fatti:

Nel maggio dell'anno 66 dopo Cristo, il Procuratore romano in carica, Gessio Floro, è alle prese con difficoltà di tesoreria. Mancano i fondi, insomma.
Ed egli decide allora di prelevare denaro dal tesoro del Tempio.

Scoppia la sommossa in tutta la Palestina: il Sommo Sacerdote, sospettato di complicità col Procuratore, viene sgozzato, e le scarse truppe romane sono costrette ad evacuare il territorio. Ci vorranno quattro anni per riconquistarlo.
Dirige dapprima l'operazione Vespasiano, con 60 mila uomini, e nell'anno 69 ha già ripreso il controllo della Galilea e della Giudea. Ma in quell'anno egli viene proclamato imperatore (dopo la morte di Vitellio) e lascia perciò il comando delle truppe a suo figlio Tito: c'è ancora da riconquistare Gerusalemme, dove si sono riuniti centinaia di migliaia di Ebrei.

Fallito il tentativo di prendere la città d'assalto, Tito comincia un lungo assedio che dura fino al 25 maggio 70. Quel giorno, un duro attacco permette ai Romani di impadronirsi della prima cinta. Cinque giorni dopo cade la torre mediana. Restano in mano ebraica il Tempio e la fortezza Antonia: il 24 luglio vi si introduce un "commando" di una ventina di soldati romani e con grandi suoni di tromba dà l'impressione di un attacco in forze, seminando il panico tra i difensori, che si rifugiano nel Tempio, ultimo baluardo.

Tito tenta un negoziato con i difensori, ma il loro capo, Giovanni di Gischàla, gli risponde con disprezzo. Il 21 agosto i Romani lanciano l'assalto finale: si combatte ai piedi del Tempio e un soldato lancia una torcia accesa nell'interno, attraverso una finestra, suscitando un incendio nel luogo sacro.
Quelli che riescono a sfuggire alle fiamme e ai legionari corrono a creare in città altri nuclei di resistenza, annientati via via dai Romani che si abbandonano al massacro e al saccheggio. Un ultimo gruppo ridotto continua a resistere nel palazzo di Erode: i suoi difensori si battono ancora per un mese, poi tutto sarà schiacciato dall'inesorabile "bulldozer" delle legioni. La resistenza ebraica è definitivamente infranta.
Del Tempio, non resta più in piedi che un muro: sarà chiamato "Muro delle Lamentazioni" o "Muro del Pianto".

L'esercito di occupazione

Nei Vangeli non si parla molto dei soldati romani. Sono poco numerosi, infatti: 3.000 uomini per tutta la Palestina. Di solito, ogni nuovo Procuratore che si installa a Gerusalemme, comincia con lo scrivere a Roma per avere rinforzi. E non li ottiene quasi mai, perché il territorio non è considerato importante nel dispositivo strategico dell'Impero: l'esercito d'Oriente è raggruppato ad est, per far fronte ai Parti, e a sud, per tenere in rispetto i saccheggiatori arabi.

Il procuratore di Giudea, perciò, deve accontentarsi di un reparto di cavalleria (detto "ala" con 500 uomini) e di cinque coorti di fanteria. E non sono certo truppe scelte: si tratta in genere di ausiliari reclutati in Samaria e in Siria, per i normali servizi di guarnigione. Se invece scoppiano sommosse, allora intervengono a ristabilire l'ordine le legioni stanziate in Siria, con base a Cesarea.
A Gerusalemme, la piccola guarnigione si mostra assai poco in giro.
L'ordine è di governare con discrezione. Anche durante i grandi pellegrinaggi, quando una coorte del Procuratore arriva di rinforzo per l'ordine pubblico, i soldati hanno l'ordine di restare "consegnati" nella fortezza Antonia.

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