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"UN LIBRO DIVERSO NELLA BIBLIOTECA DELL'UMANITÀ"

I grandi libri dell'umanità sono numerosi. Tuttavia nessuna opera, antica o moderna, può venire paragonata alla Bibbia: essa ha una storia e uno scopo del tutto singolari.

Quando diciamo "Bibbia", usiamo una parola greca che significa "il libro" o "i libri" o "biblioteca".

Infatti, per gli Ebrei e per i Cristiani quest'opera è "il libro per eccellenza"; ai loro occhi riveste un'importanza unica e straordinaria perché lo considerano come divino: in esso trovano la Parola di Dio e la Storia di Dio nel Suo rapporto con l'umanità.

In questa rubrica d'informazione biblica potrete leggere un contesto biblico, le relative "osservazioni" sul medesimo, ed infine, una rubrica costituita da interessanti "puntualizzazioni" su parole o frasi.

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Il cittadino romano e gli "altri"

Coloro che in Israele disprezzano pubblicani e pagani, raccoglitori di immondizie e conciatori, sono a loro volta disprezzati da quelli che stanno veramente in cima: i cittadini romani.

Al tempo della Repubblica, essere cittadino di Roma significa partecipare ai destini della città, e poi anche dei suoi territori.
In campo religioso, il cittadino è associato al culto della Dea Roma e ha il diritto di prendere gli auspici, cioè di essere in certo senso artefice e "utente" delle profezie sull'avvenire. Inoltre, solo il cittadino può essere proprietario, solo il suo matrimonio ha valore legale, solo lui può ereditare da un altro cittadino. Così nemmeno un pollice dell'Urbe, materiale e spirituale, può cadere in mani estranee ed "empie".

Il cittadino ha pure dei doveri: la difesa della patria e il suo mantenimento con le tasse. I doveri militari sono assolti dai cittadini con modalità diverse, secondo la loro condizione. Le imposte vengono fissate attraverso censimenti, che si concludono con la cerimonia quinquennale della "lustratio", rito civile e religioso al quale ogni cittadino dev'essere presente, pena la perdita della cittadinanza.

Ancora: al cittadino romano spettano certi privilegi in materia giudiziaria. Anche se colpevole, ad esempio, egli non può essere battuto con le verghe o sottoposto a pene corporali o ancora a punizioni infamanti.

Da quando Roma ha esteso il suo dominio in Italia, attraverso conquiste e alleanze, questi privilegi dei cittadini dell'Urbe appaiono eccessivi agli altri italiani che ne sono esclusi, pur essendo anch'essi sottoposti ai doveri militari e fiscali. Così, cominciano e s'intensificano le loro pressioni per ottenere la cittadinanza. E Roma comincia ad accordarla, dapprima con parsimonia, poi con maggiore larghezza, perché ha sempre più bisogno di soldati e di denaro per le sue conquiste.

Si può essere cittadini romani per nascita; o lo si può diventare, per concessione o per naturalizzazione. È cittadino romano di nascita il figlio di un cittadino, che sia nato da un regolare matrimonio.
Uno schiavo affrancato acquista egli pure la cittadinanza, ma i pieni diritti politici saranno accordati solo ai suoi discendenti di terza generazione. Questa disposizione finisce col provocare abusi: alcuni, per diventare cittadini romani, si vendono come schiavi a un altro cittadino, che poi li affrancherà.

Si diventa cittadini anche per meriti militari, ma lentamente: ci vogliono venti anni di servizio attivo come legionari oppure venticinque come ausiliari. Infine, la cittadinanza si può acquistare per benevola decisione di chi comanda (Cesare e Pompeo ne hanno fatto largo uso).
È una misura presa di solito a favore specialmente di ricchi stranieri, o di personaggi diventati importanti nella loro città. Il diritto di cittadinanza, a un certo momento, viene anche attribuito collettivamente agli abitanti di un'intera città, o a un intero popolo, o a reparti militari ausiliari.

Il modo stesso con cui si diventa "cives romani" stabilisce alla fine una sorta di gerarchia, come mostra questo dialogo tra l'apostolo Paolo e un tribuno romano. "Dimmi, sei cittadino romano?". "Sì", rispose Paolo. Il tribuno soggiunse: "Ho speso molto denaro per acquistare la cittadinanza". E Paolo: "lo, invece, sono cittadino dalla nascita". Un fatto che gli conferiva un'innegabile superiorità.

Ma la qualifica di cittadino si può pure perdere: cadendo in schiavitù, prendendo cittadinanza straniera, passando al campo nemico, riportando certe condanne come la deportazione o i lavori forzati. Il diritto di cittadinanza, dapprima riservato ai soli abitanti dell'Urbe, e poi esteso a tutta l'Italia, dopo il III secolo d.C. viene allargato a quasi tutto l'impero. Ma non è più la stessa cosa.

Era un titolo carico di significato e d'importanza civile e religiosa ai primi tempi della Repubblica; ma, sotto l'impero, già i diritti politici hanno perduto il loro valore pratico. Si aspira alla cittadinanza, ormai, come a un onore, non più come a una "funzione". Ed essa viene più facilmente accordata, in un senso giuridico e culturale nuovo: diventa cittadino chi ha adottato il costume e il diritto romano, cioè ben presto ogni abitante del bacino mediterraneo.

Così, quasi per riconoscere un fatto compiuto, nel 212 l'imperatore Caracalla accorda collettivamente, con un editto, la cittadinanza a tutti gli abitanti dell'impero, escludendone soltanto alcune categorie, giudicate troppo inferiori. Attraverso questo editto, "Roma, la capitale, diventa uguale all'impero: la città si fonde nello Stato, perché essa ormai non dirige più l'impero. È l'imperatore, ormai, che lo dirige ... Non ci sono più cittadini, ci sono solamente dei sudditi".

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