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Coraggio

Per una certa mentalità, che solo apparentemente può dirsi sorpassata, la parola "coraggio" non viene mai collegata con la vita dello spirito.

Per molti è coraggioso il soldato che affronta con estrema noncuranza il fuoco nemico; l'alpinista che rischia la vita per mettere in salvo il compagno di cordata, o l'uomo della strada che si butta in acqua per salvare uno sconosciuto che rischia d'annegare.

Non passa giorno che non si senta parlare di coraggio, ma solo raramente si parla di coraggio morale.

Il coraggio che si esalta è fatto quasi sempre di un semplice atto isolato che può durare un istante, mentre il coraggio morale comporta uno stile di vita che dura per sempre e accompagna dalla giovinezza alla maturità.

Eppure gli atti di coraggio, che durano pochi istanti, vengono premiati con attestati e medaglie, mentre quelli che comportano una testimonianza di coraggio quotidiano, passano inosservati.

Questo rovesciamento di valori che premia un atto e ignora una continuità di atti nascosti, è tipico della vita dello spirito, che è autentica quando è discreta, e profonda quando non esplode in superficie, ma ci trasforma profondamente nel segreto del cuore.

Dio solo sà quanto coraggio ci voglia per imboccare una strada e seguirla sino in fondo, per operare una scelta e rimanervi fedeli, per conoscere noi stessi e non tradirne l'immagine della quale noi stessi siamo gli unici testimoni.

Forse ci siamo fatti un'idea di comodo che non corrisponde alla realtà; forse pensiamo che una certa serie di atti convenzionali, ripetuti meccanicamente fino alla esasperazione ci garantiscono la santità, e che una devota indolenza sia il segreto della maturità.

Forse riduciamo la vita ad una rassegnata azione negativa e ci risulta difficile collegarla al coraggio.
Eppure nel Vangelo Cristo parla di una "spada" che divide e di una "violenza" che è richiesta per conquistare il regno di Dio.

Il Cristianesimo è tutto fuorché la religione dei rassegnati, degli indolenti, di quelli che mettono continue cortine fumogene tra la pace della coscienza e la fatica per conquistarla.

La deformazione mentale, su questo punto, è grave; e l'iconografia con i volti stereotipati dei santi, nei quali è impossibile scorgere un segno di lotta e un'impronta di coraggio, ha reso un pessimo servizio alla verit$agrave;. Eppure i santi più veri, furono persone che lottarono con estremo coraggio per la conquista del regno dei cieli.
Dei santi si può dire con certezza che sono stati coraggiosi, così come si può dire che la vita dello spirito è una serie ininterrotta di scelte coraggiose.

La coscienza o si modella su questo stampo di coraggio, o non ha diritto di chiamarsi coscienza matura.

Non ci vuole forse coraggio a vivere la propria vocazione, senza i patteggiamenti tattici e i compromessi avvilenti della routine quotidiana?

Non ci vuole coraggio per dire di "no" ai sentimenti provvisori che di tanto in tanto rimettono in dubbio e in crisi le scelte che sino a ieri sembravano definitive?

Non ci vuole coraggio per dire di "no" quando, secondo i piccoli calcoli di prestigio e di potere, sarebbe più facile cavarcela con un "sì" a mezza bocca?

Non ci vuole coraggio a difendere quello che conta per buttare in mare le meschine cianfrusaglie di cui ci circondiamo?

Non ci vuole coraggio per essere noi stessi quando l'ambiente in cui viviamo ci tenta ad accettare i compromessi, le convinzioni formali, i patteggiamenti tra quello che siamo e quello che sembriamo?

Nella vita: o abbiamo coraggio e tiriamo diritto costi quello che costi, o “bamboleggiamo” come creature eternamente immature.

Abbiamo bisogno di coraggio per accettare noi stessi senza truccarci da "santi" o da "asceti"; per accettare gli altri come sono, per vivere con la coraggiosa testimonianza dei fatti.

Gli uomini di oggi non vogliono più parole e promesse, ma fatti concreti e impegno personale anche nelle imprese tanto ardue da sembrare assurde.

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