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Coscienza

Si parla indifferentemente di anima e di coscienza, ma che rapporto esiste tra i due termini?
Sono la stessa cosa o si tratta di due cose diverse?

Un fatto è certo: forse si parla troppo di anima e poco di coscienza, come se la coscienza fosse un sottoprodotto trascurabile dell'anima, come se l'anima contasse tutto e la coscienza poco o nulla.

In realtà si tratta della stessa cosa; l'anima da santificare non è che la coscienza da illimpidire e da maturare, e non si può essere delle persone complete se si ha l'anima pulita e la coscienza elastica; se si è limpidi verso Dio e confusionari verso gli uomini.

Talvolta fa comodo dividere anima e coscienza come se fossero due cose diverse, ma il segreto della maturità umana è farle coincidere, tenerle sempre unite, per fare dell'una la proiezione concreta dell'altra.
O anima e coscienza vanno assieme, o diventano fonte di una confusione senza fine che, a lungo andare, ci sdoppia in due, dandoci un volto e una maschera.

Se anima e coscienza sono la stessa cosa, che significa allora dire: "quel tale è una persona cosciente, o quel tale è una persona che ha coscienza?".

Le parole hanno sfumature diverse, ma un denominatore comune che si chiama "responsabilità".
Essere coscienti significa fare i conti giusti con noi e con gli altri; coscienza significa impegno di servire senza la presunzione di essere serviti.
Essere coscienti significa conoscere i propri limiti e comportarsi in conseguenza, senza mettersi la maschera dell'efficienza, della umiltà e del falso pietismo: essere coscienti significa soprattutto non barare al gioco che ci lega a doppio filo con gli altri in tutte le circostanze della vita.
L'opposto di coscienza e di responsabilità è incoscienza e irresponsabilità, una sfasatura tra quello che mostriamo di essere e quello che siamo veramente.

È incosciente chi affronta un rischio senza valutarne le conseguenze; chi occupa un posto per il quale non è preparato facendo pagare agli altri il prezzo invisibile della sua inefficienza; è incosciente chi vuole l'impossibile dagli altri e non chiede nulla a se stesso, chi da un ordine e non sa quanto costi eseguirlo.
È incosciente chi bara con se stesso e con gli altri, creando un vuoto pauroso tra capacità e responsabilità, chi crede che le chiacchiere possono sostituire i fatti, i sotterfugi sostituirsi agli impegni.

Coscienza o incoscienza: è questa l'alternativa più importante della vita, quella che ci qualifica o ci squalifica a tutti i livelli. È nello spazio nascosto tra responsabilità e irresponsabilità che si decide il successo o il fallimento della nostra personalità; è qui che inizia il conto alla rovescia di quello che veramente siamo.
In questo spazio si creano gli equivoci più disastrosi, cominciano le spaccature di fondo che presto o tardi creeranno un abisso tra anima e coscienza. In questa segreta frattura nascono le confusioni più gravi del nostro costume morale.
Forse sono troppi quelli che parlano di anima disancorandola dalle responsabilità concrete. Persone che sembrano arrivate al terzo cielo, ma che, misurate con i valori delle responsabilità concrete, annaspano nel buio più profondo.
La superficialità di certe posizioni, quello scivolare sui problemi concreti come fossero cose da nulla; quel continuo giocare sulle parole astratte disimpegnandole da ogni responsabilità concreta, nascono dalla frattura tra anima e coscienza, tra i valori dello spirito e i valori della responsabilità.

Spiritualità e impegno concreto sono la stessa cosa, sono due aspetti diversi di un medesimo impegno.
Coltivare l'anima e trascurare la coscienza significherebbe illudere l'anima e tradire la coscienza.

Non c'è offesa maggiore che dire di un cristiano: "và in chiesa, ma non ha coscienza; è un osservante esemplare, ma non ha coscienza delle proprie responsabilità; ha una spiritualità raffinata, ma una coscienza confusionaria".

Quando questo avviene, non c'è altra scelta che ricominciare da capo, spazzare via ninnoli e soprammobili e ricominciare a vedere le cose da un'angolazione completamente diversa, scrivere a grosse lettere nel nostro diario personale la parola "responsabilità".

Se non si parte dalla coscienza, l'anima può diventare una pericolosa astrazione. Disancorata dalle sue responsabilità concrete, l'anima può anche diventare uno specchio falso.

Santificarsi non significa altro che maturare il senso delle proprie responsabilità; vivere religiosamente significa dare un valore sacro al nostro senso di responsabilità.
Fare altrimenti significa spaccarsi in due, perché ad una coscienza confusionaria corrisponde sempre un'anima altrettanto confusionaria e immatura. L'anima cammina se la coscienza le cammina a fianco, si arresta senza scampo quando viene a crearsi una frattura con le responsabilità della vita.
Ecco perché i conti dell'anima possiamo rimandarli a domani e anche affidarli ad altri, ma i conti della coscienza bisogna farli ogni giorno e nessuno può sostituirci in questo lavoro personale.

Solo se anima e coscienza coincidono dentro di noi, possiamo essere certi di avere trovato il ritmo giusto della nostra maturità e della nostra pace.

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