Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

Il dialogo

Il dialogo non è altro che il frutto dell'albero che hai lentamente coltivato dentro di te.

Conoscere te stesso in Cristo è come mettere le radici nel terreno buono; maturare dentro di te la fiducia, la lealtà, il senso di responsabilità e di amicizia, è come conquistare un equilibrio che faccia armonia, come potare i rami inutili per rinforzare e rinvigorire quelli necessari alla pienezza dei frutti.

Adesso puoi cominciare a parlare, perché il dialogo non è che il frutto della tua ricerca e della tua maturità spirituale.
Dialogare è come spezzare il pane che sei lentamente diventato.
Lentamente: perché il cammino che ci vuole per passare dal frumento alla spiga, dallo stelo verde al pane fragrante è lungo.
È la conclusione di un lavoro che non cominciò ieri e che finirà domani, ma che dura sempre, perché il pane del dialogo và rinnovato ogni giorno.

Ecco perché il dialogo non consiste solo nelle parole, ma è soprattutto dialogo di cose vere, di verità maturate dentro di noi: è dialogo di pane non di aria.

Molti scambiano per dialogo quello che dialogo non è e non potrà essere mai.
Come sarebbe facile dialogare dal mattino alla sera, se dialogare significasse parlare, dare agli altri una girandola di parole.

Anche tu, forse, conosci gente che crede di saper dialogare perché parla di tutto, del poco che sà e del molto che non sà; anche tu forse conosci i fiumi delle parole che stordiscono la gente e non servono a nulla; i ciarlieri di professione, quelli che credono di dialogare perché non lasciano agli altri nemmeno il tempo di aprire bocca; anche tu conosci certi dialoghi torrenziali che di religioso non hanno nemmeno l'intenzione, ma sono come un altoparlante a tutto volume che toglie al prossimo il sonno e la pace.

Parole ... parole!
Quante ne diciamo ogni giorno che non servono a niente. Parole che battono l'aria; parole imparate sui libri ma che dentro non hanno un appiglio, perché non sono mai state scontate e maturate; frutti vuoti perché frutti altrui, cembali che tintinnano, direbbe S. Paolo.

Questo non è dialogo; dialogare così significa soltanto attaccare "bottoni" dal mattino alla sera.
Fare il bene non comincia con il dialogo; il dialogo viene dopo: è un riflesso della nostra spiritualità interiore, del nostro conquistato equilibrio.
Al dialogo si arriva più tardi, quando l'albero è cresciuto, è diventato albero di pane.

Il dialogo vero non è uno scontro di vocaboli, ma è il riflesso sereno dell'armonia che sei diventato.
Il dialogo è un confronto amico di due o più maturità diverse.
Ecco perché il dialogo vero non è tensione, ma riposo; non è una gara a chi sà di più o a chi la racconta meglio, ma è lo scambio di un certo pane di vita.

Anche tu forse, ricordi dei dialoghi con alcuni amici quando non era necessario dire molto per sentirsi d'accordo: quando bastava anche tacere per capirsi su problemi e cose per i quali non sarebbero bastati lunghi discorsi.

Il dialogo è riposo perché è una gara a dare il meglio che siamo senza esibizionismi verbali; senza pensare che la nostra esperienza valga qualcosa di più o di meglio di quella degli altri.
Nel vero dialogo non ci sono maestri e discepoli: ognuno apprende più di quello che si crede capace di dare e da più di quanto è sicuro di apprendere.

Ecco perché il dialogo vero non è neppure una predica, con uno che tuona e l'altro che tace.
È qualcosa di molto più semplice, ma anche di molto più difficile; è come pesare pur essendo leggeri, e come essere leggeri nel momento in cui si incide di più.

Il dialogo è anche rispetto reciproco: certezza di dare qualcosa che aiuti l'altra parte a camminare meglio e certezza di ricevere qualcosa che ci aiuti a camminare, perché senza umiltà non si fa dialogo, si predica con una autorità che non si ha, si impartiscono lezioni che non servono e istruzioni che non lasciano traccia.
Per dialogare sul serio bisogna togliersi dal cuore il pulpito che siamo sempre tentati di essere o di diventare.

Dialogo è anche umiltà di partire dallo stesso livello perché tutti camminiamo verso la stessa montagna lontana e tutti siamo ancora nella valle dell'avvio e della partenza.

Ecco perché il dialogo è difficile: perché vuole più silenzio che parole; più discrezione che esibizionismo.

Per spezzare il pane agli altri bisogna dialogare, ma per dialogare bisogna essere già pane, sapere quello che possiamo dare perché le parole non siano più grandi dei fatti: sapere quello di cui abbiamo bisogno per non perdere tempo a cercarlo dove non lo possiamo trovare.

Se tu imposterai il dialogo su questa linea, esso sarà per te riposo e certezza di non essere inutile.
Scoprirai inoltre una grande verità: tutti gli uomini hanno bisogno di dialogare, di crescere e di camminare insieme, hanno bisogno del dialogo come del pane e dell'amore.

Il dialogo è una vittoria dell'amore sulla solitudine, della carità sulla presunzione spirituale.
Nessuno di noi è autonomo. Tutti abbiamo bisogno degli altri; abbiamo bisogno di amicizia e di sincerità; di sostegno e di comprensione; abbiamo bisogno di una misura altrui per costruire la nostra.

Il dialogo è la misura giornaliera con cui senza fingimenti è come in uno specchio, riflettiamo sugli altri la nostra personalità, la nostra fede, il nostro equilibrio, il meglio di noi.
Il dialogo è qualcosa che spezza la solitudine, ma soltanto per arricchirla; per insegnarci a donare di più con umiltà, con discrezione, con gioia.
Se dialogare è come spezzare per gli altri il pane che sei diventato, non bisogna dimenticare che il dialogo ha alcune regole che sono la condizione indispensabile della sua validità.

Non basta dialogare: bisogna dialogare bene e non barare al gioco.
Si può dialogare e distruggere invece di costruire; si può dialogare di tutto e creare un vuoto, una confusione di accenti e di valore, di idee e di fini, di stile e di contenuto.

Il dialogo non è fatto di sole parole, ma è soprattutto un incontro di due personalità che si scambiano serenamente il meglio che hanno conquistato, i valori che ciascuno ha scoperto per strade diverse.

Il dialogo è fatto di due esperienze che non si scontrano, ma serenamente si misurano per fare maggior luce insieme. Perché questo avvenga bisogna rispettare le due condizioni del dialogo spirituale: la prima è la lealtà e la seconda è il rispetto per gli altri.

LA LEALTÀ.
È difficile dire se sia o no giustificata dai fatti, ma c'è una accusa che quelli dell'altra parte rimproverano spesso agli ambienti che si qualificano religiosi: quella della insincerità.

Tutto bello - dicono - tante belle parole e tanto rispetto della forma; tanta carità anche squisita di gesti e di parole, ma c'è qualcosa che non ci convince. Dietro quella dolcezza ovattata dalle convinzioni - essi dicono - c'è un che d'insincero, quasi una abitudine a recitare una parte che non corrisponde ai fatti: quasi una slealtà che pare diventata inconscio sistema di comportamento; uno stile che finisce per stonare maledettamente con la realtà che ricopre.
L'altra parte continua ancora a dire: nel dialogo con le persone praticanti c'è troppo miele, un qualcosa che messo alla prova dei fatti si rivela falso; una dolcezza che potrebbe anche non esserci perché non serve e una sincerità che spesso non c'è mentre non dovrebbe mai mancare in uno scambio di esperienze che non vogliono eliminarsi, ma solo completarsi a vicenda.
Questa è l'accusa piuttosto grave che ci fanno quelli dell'altra sponda.
Di certo c'è molto di esagerato, ma qualcosa di vero lo contiene.
Se sia vera o falsa, tocca a ciascuno di noi smentire, tocca a te rispondere.
Certamente il pericolo di giocare a carte truccate o talvolta di barare al gioco esiste.
Allora sarebbe meglio non dialogare.

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