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"UN LIBRO DIVERSO NELLA BIBLIOTECA DELL'UMANITÀ"

I grandi libri dell'umanità sono numerosi. Tuttavia nessuna opera, antica o moderna, può venire paragonata alla Bibbia: essa ha una storia e uno scopo del tutto singolari.

Quando diciamo "Bibbia", usiamo una parola greca che significa "il libro" o "i libri" o "biblioteca".

Infatti, per gli Ebrei e per i Cristiani quest'opera è "il libro per eccellenza"; ai loro occhi riveste un'importanza unica e straordinaria perché lo considerano come divino: in esso trovano la Parola di Dio e la Storia di Dio nel Suo rapporto con l'umanità.

In questa rubrica d'informazione biblica potrete leggere un contesto biblico, le relative "osservazioni" sul medesimo, ed infine, una rubrica costituita da interessanti "puntualizzazioni" su parole o frasi.

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Le elegantissime vestivano alla greca

Tunica, mantello, cintura: la lingua della Bibbia usa spesso i medesimi termini per indicare gli abiti maschili e quelli femminili. La Legge, però, vieta severamente alla donna i vestiti da uomo, e viceversa.
Le donne portano ai tempi di Gesù un'ampia tunica, spesso finemente ricamata, a cui talvolta sovrappongono un mantello a cappuccio. Si usano tessuti di lana (che viene dalla Giudea pastorale) per l'inverno, e di lino per l'estate (il miglior lino è il bisso, fornito dalla Galilea agricola).
Meno usati il cotone e la seta.
Vietati dalla Legge i tessuti misti di lino e lana.

Anche le donne d'Israele amano il colore, e i tintori le accontentano: c'è un bel giallo zafferano che si ottiene da un fiore primaverile, il croco; dalla buccia di melograno si ricava il rosa; al carminio provvede un insetto, parassita della quercia; al color porpora il murice, un mollusco del Mediterraneo.

Qualche donna ricca ha già adottato le novità della moda straniera, come "l'himation", un drappo che si avvolge intorno al corpo, facendone ricadere un lembo sul capo, oppure la tunica pieghettata, ultimo grido di Alessandria d'Egitto. E portano - sempre quelle ricche, s'intende � anelli d'oro e d'argento alle mani e ai piedi, fibbie, braccialetti e orecchini (sebbene la Legge vieti di bucare i lobi delle orecchie per agganciarveli).
Anche le "spille da balia" per fissare gli abiti sono fatte spesso di metalli preziosi.

Nel giorno di Sabato non è consentito alle donne occuparsi dei loro capelli, e questo è un precetto piuttosto pesante per le figlie d'Israele, ambiziosissime in fatto di pettinatura. Usano anche parrucche fatte coi loro stessi capelli o "con quelli di una vicina o con crine di animali domestici", come stabilisce il Talmud. Ma pare che s'importino anche capelli biondi dalla Germania, nell'epoca del dominio romano.
Nelle occasioni mondane - sebbene i rabbini disapprovino questo lusso � le chiome delle elegantissime sono adornate pure da una "città d'oro", cioè da un diadema il cui disegno evoca il profilo di una città turrita.
Nella vita quotidiana il capo è però coperto da un velo (nero per le vedove) al quale fa da ornamento, nelle giovani, un frontale tintinnante di ornamenti metallici: oro, argento e pietre preziose anche qui, per le più ricche.
Trucco del viso e degli occhi, "vernice" per le unghie: anche le donne ebree ne sono espertissime, come testimoniano gli abbondanti ritrovamenti di vasi, vasetti, spazzolini e spatole.
I profumi, poi, hanno già una lunga storia al tempo di Gesù: mille anni prima della sua venuta, i cammelli della regina di Saba ne portarono grandi carichi a Salomone.
E l'eroina Ester (nel V secolo a.C.) si asperse di profumi per un intero anno, prima di presentarsi al re Assuero, durante l'Esilio. In questo campo, perciò, le donne hanno la Scrittura dalla loro: e così, a Gerusalemme, addirittura sono autorizzate a spendere un decimo della loro dote in profumi: gelsomino e rosa, fresco cinnamomo dal sentore di canfora, e il ricercatissimo nardo indiano, di cui esistono però surrogati e imitazioni locali.
La donna onesta può dunque profumarsi. Ma nel canto nuziale che accompagna il viaggio della sposa verso la casa dello sposo, ci sono queste parole: "Né trucco, né polvere, né pomata, né olio, né profumi: essa è schietta come una cerva, e senza artifici". Un inno alla ragazza "acqua e sapone".

L'INDUSTRIA DEI PROFUMI

In Oriente i profumi sono una necessità, perché il calore accelera i processi di putrefazione e decomposizione, diffondendo pessimi odori. Bisogna purificare l'aria, così come si aromatizzano le carni, presto soggette a prendere cattivi sapori, in mancanza di frigoriferi.

Queste necessità hanno dato vita assai presto a una delle principali correnti internazionali di traffico. Si andava anche molto lontano per trovare profumi e spezie. Sotto l'antico impero d'Egitto, una spedizione marciò fino all'attuale Somalia francese per riportare trionfalmente indietro tre piante di incenso.

Una buona parte di piante aromatiche proviene dall'Arabia e dalla Palestina orientale. L'incenso s'importa dallo Yemen o dall'India, dalla Siria o dall'Asia Minore. Queste materie prime vengono poi lavorate nei centri di profumeria che si sono andati moltiplicando a Petra, a Palmira in Siria, a Corinto e soprattutto ad Alessandria d'Egitto, dove le fabbriche sono distribuite intorno alla città, e protette da una vigilanza severa.
L'industria dei profumi sviluppa anche quella dei recipienti: di solito, i profumi vengono posti in vendita in vasi di alabastro, di onice o di vetro.

La fabbricazione dei profumi parte naturalmente dalle materie prime: resine, cinnamomo, paciuli, mirra e incenso che proviene persino da Sumatra e Giava; o legni aromatici come il cipresso, il tamarisco e il sandalo indiano. Le ricette sono tenute rigorosamente segrete dalle corporazioni dei profumieri, piuttosto disprezzate all'esterno. ma assai compatte tra loro.

È giunta fino a noi la descrizione di un procedimento mesopotamico, probabilmente uno dei più classici. Scelte le piante aromatiche, esse vengono fatte seccare, poi pestate, passate al setaccio e bollite per un giorno intero in acqua pura di sorgente. Alla sera si aggiungono altri ingredienti e la miscela viene lasciata in riposo fino all'indomani; poi la si riscalda nuovamente aggiungendovi olio e agitando a lungo. Il contenitore viene lasciato chiuso per parecchi giorni e infine, dopo un'altra bollitura, si filtra il profumo.

Gli aromi sono stati usati dapprima a scopo di culto: per "accarezzare le narici degli dèi" (sede dell'irritazione, si diceva in Mesopotamia).
In Egitto, l'incenso serviva a scopo di purificazione per scacciare ogni male, fisico e spirituale. Inoltre, si faceva larghissimo uso di aromi nel culto funebre e nella mummificazione dei cadaveri. Questo sforzo per preservare i corpi dei morti dalla corruzione era comune a tutti i popoli mediterranei, e tra gli Ebrei l'esempio egiziano esercitò un'influenza importante: il corpo di Giacobbe e, poi, quello stesso di Gesù, furono "trattati" con aromi.

Anche in Palestina, però, i profumi furono per lungo tempo usati prevalentemente a scopo di culto.
L'incenso era preparato nell'atrio del Tempio (368 libbre per ogni anno) ad opera di leviti che avevano il compito specifico di procurarlo e conservarlo. Lo si bruciava due volte al giorno: al mattino, dopo l'immolazione dell'agnello, e la sera, prima dell'offerta a Dio delle bevande. Assolutamente vietato usare l'incenso per scopi diversi da quelli religiosi.

Più tardi, ad opera dei Greci, l'uso dei profumi fu introdotto anche nella vita privata, per la toeletta e per i riti dell'ospitalità. I contemporanei di Gesù amano molto spargere profumi sul capo dei loro ospiti. E per essi un modo di esprimere la loro gioia nel ricevere amici.

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