Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

Fretta

La maggior parte di noi, in quasi tutte le proprie attività, procede come se pedalasse in salita con i freni stretti. La tensione che risulta dal compiere quotidianamente uno sforzo eccessivo finisce con l'inceppare il nostro meccanismo psicologico causando veri e propri disturbi della personalità.

Una delle cause più subdole di questa tensione è la fretta.
Si può avere fretta anche stando seduti, apparentemente senza fare niente. Oppure aspettando l'autobus.

Molta, troppa gente si sente pressata, perché pensa di non avere tempo a sufficienza, quando farebbe bene, invece, a pensare al tempo di cui dispone.

Inutile gettarsi voracemente su un compito con l'ansia di finirlo, quando domani ce ne sarà subito un altro. Perché, dunque, non prendersi delle benefiche pause di riposo? Qualche pagina di un buon libro; una bella musica, una sosta nella penombra di una chiesa, uno scambio intelligente di pareri, di esperienze ... .
Oppure una breve gita al mare o in campagna, dove il silenzio ha suoni infiniti e meravigliosi e dove si può ancora ritrovare il ritmo pacato e vibrante della natura. Ma non è facile. Perché spesso il chiasso e la confusione sono dentro di noi. Avere sempre fretta non è una virtù, ma una cattiva amministrazione del tempo.
Come il denaro, tende a sparire "un po' qui, un po' là", finché al termine di una giornata occupatissima, ci si chiede: "ma dov'è andato a finire?".
Soltanto facendo un bilancio preventivo delle ore e dei minuti della giornata potremo avere un po' di tempo per crearci quelle nicchie di quiete di cui parlava il poeta Carlyle, quando diceva che "il silenzio è l'elemento in cui si forgiano le grandi cose". Ma dove c'è più posto per il silenzio all'infuori che in noi?

Il mondo è pieno di città, le città sono piene di gente, la gente è piena di programmi da svolgere a ritmo vertiginoso. Ogni momento ci scontriamo contro un problema che fino a trent'anni fa non esisteva: trovare posto.

Gli immensi agglomerati urbani dove si è costretti a difendersi continuamente sono lo specchio di una società in cui ogni essere umano ha troppa fretta per accorgersi degli altri, salvo che come ingombranti ostacoli.

Fretta, ansia di far presto, timore di non arrivare in tempo. A fare che cosa?

La verità è che l'uomo vive con principi morali distorti. Con il pretesto della necessità, si affatica ad ammassare tesori che - come dice il più saggio dei libri - "tignole e ruggine corromperanno e ladri violeranno e ruberanno".

La casa in città e la casa in campagna; la prima automobile e la seconda automobile; la vacanza estiva e quella invernale; gli abiti, i divertimenti, il conto in banca ... Una vita pazzesca la cui fatuità spesso si capisce solo quando è troppo tardi.
Schiacciato da così cospicue, quanto superflue preoccupazioni, l'uomo di oggi finisce col perdere di vista sé stesso e il senso della vita.
Lavorando duramente ventiquattro ore su ventiquattro - perché anche il suo sonno agitato è conseguenza del suo perenne affannarsi - non ha più tempo di conservare giorno per giorno la propria integrità, ne può permettersi di mantenere con gli altri rapporti umani autentici, perché l'uomo di oggi ha soltanto il tempo di diventare una macchina. Che cosa può offrire ai suoi figli un uomo ridotto così?

"Al mattino - confessò un giorno una ragazza a un giornalista - quando esco e vedo la gente correre mi metterei a gridare. Sembrano tutti pazzi alla ricerca della stessa cosa: il denaro. E non si accorgono che sono pallidi come fantasmi e tutti morti dentro di loro".

Molti giovani, oggi, rifiutano questo mondo contaminato dall'asfalto e dall'acciaio, dalla fretta e dal denaro, e vorrebbero tornare a più semplici schemi di vita dove si possa di nuovo parlare, amare, capirsi, ridere, essere felici.

La storia chiama questi momenti di transizione sociale fenomeno di controcultura. Nel Medioevo i giovani per protestare contro la famiglia troppo occupata ad ammassare beni materiali, si votavano ad una vita rigorosamente monastica. S. Francesco d'Assisi fu uno di essi.
Nell'Ottocento, i "bohemiens" vivevano in stravagante povertà per contestare la fastosa opulenza della vita borghese.
Oggi ci sono giovani che, prigionieri del sistema, ne accusano il malessere e vogliono evaderne per cui, spesso, abbandonano un'esistenza di agi e se ne vanno vestiti di stracci per le strade del mondo in cerca di una loro verità.
A volte ciò che essi esprimono - anche se in maniera eccentrica - non è un comune dissenso politico o sociale, ma forse i primi fermenti di una vera rivoluzione del pensiero; una ricerca profondamente sentita di un ritorno di valori che Cristo predicò duemila anni fa, un ritorno all'uomo. Il fatto è che l'uomo contemporaneo è moralmente e intellettualmente un arretrato.

La civiltà tecnica e industriale gli ha insegnato e permesso di fare meglio e più in fretta molte cose. Ha arricchito le sue esperienze e ampliato i suoi orizzonti di dominio e di potere. Eppure, con tante strade di felicità aperte davanti a sé, egli non è felice. La sua eterna, tesa ansietà è ormai diventata una malattia incurabile.
Ed ecco le macchine, strumento di liberazione che avrebbero dovuto farne un padrone, diventare fonti di tirannia, incoraggiando la sua pigrizia mentale e rendendolo oggetto e non soggetto della storia.

Il tempo è ritmo è armonia, ce lo insegnano le arti più belle: la poesia, la musica. Per l'uomo è soltanto un capitale da sfruttare al massimo per poi gettarlo via senza alcun vantaggio.

Che cosa fare per non lasciarsi aggredire e logorare dal ritmo frenetico dell'esistenza di oggi? Il segreto è semplice: riempire il nostro tempo di significato e portarlo alla nostra dimensione umana. Basterà dividerlo equamente in un armonioso insieme di doveri e di gioie.
Un buon lavoro, compiuto con serietà e con un po' di entusiasmo, e poi un intervallo, una pausa, una parentesi gaia per poter godere quelle piccole gioie che, insieme alle opere, formano il tessuto della nostra vita.

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