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La gratitudine

Gratitudine è forse la parola che suona più dolce all'orecchio, ma la più difficile da trovare, vera e spontanea, sulle labbra e nel cuore degli uomini.
Già lo disse il Signore quando, dopo aver guarito dieci lebbrosi, ne vide tornare uno solo:
"E gli altri dove sono?".
Gli altri, nella gioia della guarigione, se ne erano andati, dimenticando l'Uomo-Dio che li aveva guariti.

Una constatazione dolorosa: il bene fatto sembra non lasciare traccia nel cuore di chi lo ha ricevuto.
Per Gesù almeno uno tornò indietro, ma spesso tutti i dieci che hanno ricevuto qualcosa da noi si volatizzano davanti ai nostri occhi. Se ne vanno senza dire nulla, senza neppure mormorare grazie, talvolta persino conservando o covando in cuore una specie di umiliazione e di dispetto verso la persona che li ha beneficati.

I nove se ne andarono, ma quell'uno che tornò per dire grazie al Cristo stabilì un principio assoluto della legge morale fra noi e gli altri, fra noi e Dio.

Non esiste un vero progresso morale e una vera maturità spirituale se non c'è nel nostro cuore una profonda e sincera riconoscenza verso i doni di Dio.
Quelli che pensano di non dovere niente a nessuno, o sono dei presuntuosi o degli inerti spirituali, e in ogni caso si tratta di una vita o completamente di superficie o sbagliata fin dal principio.

Il Signore ci dà la Sua grazia, come un giorno guarì i dieci lebbrosi, ma si aspetta che torniamo indietro a dirgli grazie, e certamente non per il piacere di sentirselo dire, ma soltanto perché la gratitudine è il principio della sapienza morale.

Dire grazie a Dio significa rendersi disponibile ad altri doni, preparare il cuore ad altri impegni e ad altre speranze.
Ringraziare è come fare una sosta e poi riprendere a camminare. Anche qui però c'è un altro estremo: la gratitudine non consiste nel dire grazie dal mattino alla sera, nello sdilinquirci in continui inchini, quanto piuttosto nella profonda convinzione interiore che il seme del bene ci viene da Dio e che senza di Lui voleremmo nel mondo dello spirito come Icaro con due ali di cera, le nostre due piccole ali provvisorie e stentate che ci consentono un passo, ma non possono aiutarci a fare un volo.

Essere grati a Dio significa riconoscere la necessità della sua mano che ci regge, del suo soffio che ci dà e ci conserva la vita, della Sua grazia che ci sostiene e della Sua misericordia che ci perdona.

Essere grati a Dio significa essere profondamente convinti che la nostra vita è un dono,
come sono un dono il sole e l'aria;
un dono l'intelligenza e l'amore;
un dono gli occhi che scoprono il mondo e la mente che ne decifra il significato;
un dono il pane e un dono il vino;
un dono l'erba che ci allieta lo sguardo e l'albero che si carica di frutti;
un dono i colori e un dono le ispirazioni;
un dono certi dolori che sono veri allarmi morali e certi sacrifici che sono come profezie di un risveglio morale;
un dono le persone che amiamo e la fede che maturiamo;
un dono tutto quello che siamo e tutto quello che diventiamo.

Tutta la vita può essere una sorpresa di doni, e quando riconosciamo questo, quando lo accettiamo con umiltà e gioia, quando lo esprimiamo con le parole e lo registriamo nel segreto delle nostre convinzioni, quando lo diciamo a Dio nella preghiera o glielo riconosciamo nella intelligenza, allora la gratitudine non è soltanto una parola, ma una maturazione, un compimento della nostra personalità.

La gratitudine và espressa e sentita anche nei nostri rapporti con gli altri. E qui le cose cambiano: a Dio si può dire grazie anche tacendo, ma agli uomini il grazie bisogna dirlo o almeno farlo capire; agli altri bisogna dire quello che Dio capisce anche nel segreto del cuore.
Ma anche qui ci sono due opposti: c'è chi ti annoia a forza di dire grazie anche quando sarebbe sottinteso, e chi invece dimentica quella parola anche quando sarebbe necessario dirla.

Che cosa costa un grazie? Poco e nulla. Eppure ne siamo così avari, e spesso ne siamo avari perché non ci costa assolutamente nulla fuori, ma ci costa molto dentro. Facciamo fatica a riconoscere quanto dobbiamo agli altri, a tutti gli altri.
Spesso siamo esigenti a volerlo per noi, ma anche restii a dirlo quando dobbiamo qualcosa a qualcuno.
Costa fatica ammettere tutti i debiti che abbiamo con gli altri, anche se sappiamo che un grazie ci apre il cuore a donare di più e a ricevere con maggiore umiltà.

La gratitudine, quando non è formale, è anzitutto segno di sincerità e di intelligenza. Se sappiamo e se abbiamo il coraggio di leggere dentro di noi, dobbiamo ammettere che almeno metà, ma forse di più, di quello che siamo, non è roba nostra, ma ci viene dagli altri, spesso da quelli che sembrano incapaci di donare, perché all'apparenza sono più poveri di noi.
Il bene che siamo ci è venuto da gente della quale forse non ricordiamo il nome o vogliamo dimenticarlo.

L'ingratitudine è la forma più smaccata di plagio: quello che siamo appartiene in parte agli altri, eppure vogliamo firmarlo soltanto con il nostro nome.

Abituarsi a dire grazie non consiste in una monotona litania verbale, ma nel riconoscimento di questa dipendenza quotidiana dagli altri; un grazie per le grandi cose, ma soprattutto grazie per le piccole cose che non sembrano valere molto.
Non si tratta di etichetta e di belle maniere, è la legge della nostra maturità spirituale.

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