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La gioia

Dare alle parole un significato inesatto, o addirittura falso, è male comune fra la gente, specialmente fra quella più sprovveduta e meno riflessiva. Così accade per la gioia e la felicità.

Come vengono considerate generalmente queste due piccole parole?
In un senso assolutamente astratto o miserevolmente umano. Felicità viene confusa con gioia e ci si affanna a cercarla come fosse un oggetto smarrito da riagguantare e tenere ben stretto perché non scappi più.
Gioia e felicità sono tutt'altra cosa. Il più modesto e antiquato vocabolario ce ne dà una definizione che potrà servire a metterci sulla buona strada.

Gioia: letizia del cuore.
Felicità: stato di perfetta gioia.
L'una è l'inizio e l'altra è la fine di un'identica condizione umana: un benessere spirituale e fisico, capace di resistere a tutte le tempeste.
Essere felici, nel vero significato della parola, non vuol dire come tanti purtroppo credono - essere ricchi, avere una bella casa, dei bei vestiti, permettersi dei lunghi viaggi, delle vacanze costose e dei dispendiosi capricci.
Le cose che danno veramente la felicità non costano nulla e sono accanto a noi, celate nella nostra vita di ogni giorno: contemplare il cielo di primo mattino, assaporare l'odore della terra umida e fresca, coltivare dei fiori, addormentare un bambino, udire una canzone, passeggiare in un bosco ombroso, sentirsi vivi in un mondo vivo con quel senso di stupore sempre rinnovato che è il privilegio dei bambini e dei puri di cuore.

Essere felici, in linea di massima, significa sapere affrontare il proprio lavoro con energia e serenità: vivere semplicemente e intensamente le nostre ventiquattro ore al giorno.

Ma c'è una specie di gioia che è come l'ossigeno e l'alimento di ogni altra gioia; senza di essa, ogni gioia diventa egoistica, perciò intristisce e muore presto: dedicarsi al prossimo.

Dedicarsi agli altri non significa esclusivamente farsi missionari; né entrare in una corsia d'ospedale e fare le infermiere per tutta la vita.
Significa, molto più semplicemente, sacrificare un pò del nostro tempo e del nostro tornaconto ai bisogni di chi ci stà intorno: genitori, fratelli, amici.

Coltivare una bella e fervida amicizia, per esempio, è una grande scuola di virtù. Non è semplice nutrire vera amicizia. Occorre amare il prossimo, immedesimarsi nei suoi riguardi come vorremmo che una persona amabile e piena di comprensione si comportasse con noi. Cercare di capirlo e accettarlo con i suoi difetti, i suoi timori, le sue speranze, le sue aspirazioni.
Amicizia significa prima di tutto grande tolleranza per i difetti altrui e una sconfinata capacità di perdono.
"La cosa più difficile del mondo è dare tutto, anche se, di solito, è l'unico modo per ottenere tutto".

Dare parte di sé stessi agli altri, significa per prima cosa sconfiggere il proprio egoismo, liberarsi dalla malignità, dal risentimento, dall'invidia, dalla gelosìa. Fatto ciò, avremo eliminato le principali cause di disagio spirituale e di squilibrio fisico e ci saremo immunizzati dall'amarezza.

Dopo aver parlato delle varie sorgenti di gioia: il lavoro, la contemplazione e gli affetti sinceri; dopo avere discusso sui vantaggi della bontà, della fede, dell'accontentarsi del proprio stato e del vivere l'attimo presente senza caricarsi del pesante fardello del passato e senza struggersi per un avvenire incerto e vacillante, viene fatto di chiederci: e tutto qui? Dobbiamo imparare ad attingere la gioia soltanto alle sorgenti del nostro spirito?
No: siamo esseri umani e una delle esigenze più sentite è il divertimento.
Il lavoro è bello, ma lo sarebbe molto meno se fosse continuo. È bello perché alternato al riposo, come il giorno si alterna alla notte, la tempesta al sereno, la primavera all'inverno e l'estate all'autunno. È proprio in virtù del suo ordinato avvicendarsi di fatti piccoli e grandi, piacevoli e dolorosi, allegri e tristi, che la vita diventa interessante e preziosa.
Il divertimento è necessario allo spirito quanto al fisico. Ma ci sono diversi modi, però di concepirlo.
C'è l'ansia frenetica di fuggire a sé stessi e alle abituali condizioni di vita per gettarsi in pasto a diversivi chiassosi e logoranti, e c'è la sana e concreta volontà di concedersi un'evasione intelligente e stimolante come uno spettacolo, una gita, una riunione amichevole, una festa.
E c'è la pura gioia di vivere che trova il suo nutrimento nelle cose più semplici: la contemplazione della natura, un contatto umano, una esperienza inusitata, perfino un sacrificio.

Non esiste una regola in questo campo. Camminare scalzo può essere fonte di gioia per un ricco e causa di amarezza per un povero. Esiste invece una predisposizione alla gioia: un temperamento equilibrato e maturo trova motivi di gioia in tutto ciò che fà e che incontra.
Un carattere irrequieto, insofferente e malinconico cerca nell'evasione soltanto un motivo per tacitare le sue paure e i suoi smarrimenti.
È facile gioire quando si è felici. Sarà quasi impossibile quando si è frustrati, sgomenti, magari ammalati oppure oppressi da avversità insuperabili. Ma è proprio da qui che ognuno di noi può dare inizio alla lotta più nobile che vi sia: la conquista di sé stessi.
Se impareremo a sollevarci, giorno per giorno, sopra i nostri egoismi fino ad arrivare alla piena serenità di spirito, allora saremo pronti alle gioie più profonde. Lo spirito dell'infanzia entrerà in noi come un istintivo meccanismo di difesa, quasi un tacito esorcismo e, come bambini, anche dal fondo di un letto, riusciremo a gioire del canto di un uccello e della tremula carezza del vento su un ramo di pesco appena fiorito.

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