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Il Liberatore

"Se persevererete nei miei insegnamenti, sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Gli opposero: Noi non siamo mai stati schiavi di nessuno: come puoi dire che saremo liberi?
Rispose loro Gesù: "In verità in verità vi dico, chiunque fa il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non sta sempre in casa: il Figlio, invece, vi sta sempre. Se dunque il Figlio vi libera, sarete veramente liberi". (Giovanni 8:30-36).

Il bisogno di liberazione nell'uomo è sempre stato talmente insopprimibile, che egli talora si è "inventato" dei salvatori, degli esseri carismatici che riportassero ordine, dignità, luce nel mondo farraginoso degli esseri umani. L'uomo, consapevole del suo limite e del male che lo soffoca, ha espresso, in tutti i tempi, questa sua inarrestabile invocazione proiettandosi nella mitica figura dell'eroe.
Quando non si tratta di invenzioni, si tratta di esaltazioni, di sublimazioni di un uomo particolarmente intraprendente che ha lasciato un'impronta nella sua epoca e nel suo ambiente.

Che cosa significa tutto questo?
Significa che l'uomo sente, con una evidenza che lo sconvolge, di non potere assolutamente liberarsi da solo. Da solo con le proprie forze egli può giungere ad altissimi livelli, a méte incredibilmente vertiginose. Ma non bastano. E questo è il suo dramma e la sua bellezza. Questa è la lingua universale con la quale, lo sappia o meno, tutta l'umanità invoca un Liberatore che sia "della sua razza" e insieme la trascenda.

Questo liberatore c'è. È venuto. Oltre venti secoli fa. Ha avuto un nome come gli altri bambini. Ha avuto una casa, povera e dignitosa. Una famiglia che ha provveduto a lui fino a che ne ha avuto bisogno. Ha avuto un lavoro: preciso, pesante, per niente poetico: era carpentiere. Ha avuto degli amici e dei nemici. Ha avuto fame e sete e sonno. Ha goduto dell'ospitalità degli amici, si è seduto a mensa nelle giornate festose della sua gente. Era l'idolo dei bambini e la tenerezza delle madri. Era anche terribilmente scomodo per molti "pezzi grossi" del suo tempo. Così lo fecero fuori, alla fine. Quando morì molti piansero, altri stettero a guardare. E il terzo giorno risuscitò.

Ecco, se fino ad ora potevo avervi raccontato la storia di un qualunque eroe, di un liberatore "come noi", qui il tono necessariamente cambia.

Qui entriamo in un altro clima. Il liberatore-uomo ci appare nella sua completa statura: divinamente "Altro".
Per tutta la sua vita egli ha, con le parole e con i gesti, confermato la sua realtà inaccessibile.
La risurrezione, il ritorno in quel terzo mattino, riassume tutte le sue affermazioni, tutti i gesti miracolosi di conferma, tutta la motivazione al fatto che lui, "pur essendo di natura divina ... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò un nome che è sopra ogni altro nome" (Filippesi 2:6-9). Questo nome è "Liberatore".

Quella liberazione di altra natura, di altro valore, che sola riesce a soddisfare l'intima urgenza dell'uomo, ecco, è Lui che la dona; il Liberatore Gesù. E il suo modo di donarla è degno del creatore che sa come siamo formati: mentre ce la dona, ci mette in condizioni di conquistarla, attraverso la libera adesione alla sua proposta, alla sua Parola, al suo messaggio.
Gesù di Nazareth è il "Liberatore diverso" perché è l'uomo veramente libero: libero dai beni materiali, libero dalla legge, libero dalla morte perché lui è risorto!
La sua liberazione è vera, perché ci propone non un uomo "restaurato", ma "l'uomo nuovo" rifatto dal di dentro.
E ce ne ha presentato l'immagine in se stesso. Una immagine tutta di questo mondo e, nello stesso tempo, totalmente "altra".
Gesù è il liberatore che ci invita ad accettare il dono della liberazione, a sobbarcarci questo difficile impegno.
Come già accadeva al primo popolo eletto da Dio, non è affatto facile "lasciarsi liberare" e collaborare a quest'opera esistenziale. Poiché non è facile lasciarsi "rifare". Si tratta dell'impegno di tutta la vita. Il solo degno dell'uomo.

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