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Liberazione: dono o conquista?

Liberazione come conquista.

Nel cammino dei secoli, l'uomo ha preso via via sempre meglio coscienza di sé e dell'ambiente che lo circonda, ha scoperto il mondo materiale, lo ha scrutato e afferrato, ne ha intuito le leggi e carpito i segreti, ne ha ammirato la bellezza e ha scoperto quell'altro mondo, infinitamente più misterioso e magnifico che è "l'altro" per ciascun essere umano, quello che chiamiamo "il prossimo".
Forse sono un poco incosciente o esageratamente ottimista. Viviamo in un'epoca di pauroso scempio dei beni della natura, mentre il problema ecologico diventa il discorso del giorno, mentre soprattutto due terzi del mondo patisce la fame e ne muore sotto lo sguardo ottuso e cattivo dell'altro terzo, quello grasso e rimpinzato; e le guerre raggiungono una nuova, spaventosa capacità di distruzione. Come è possibile dire che l'uomo conosce meglio i propri simili e il mondo?

Ma forse è anche giusto tentare di essere oggettivi.
Insieme a tanto male, è giusto riconoscere anche il bene. "Occorre saper sentire fra le spine l'odore della rosa prossima ad aprirsi", diceva Caterina da Siena.

No, non spero in una nuova, mitica - e del resto mai esistita - "età dell'oro". Per questo ho detto che amo la parola liberazione. Per quel senso di dinamico che racchiude in sé. Sempre e da sempre e per sempre, per la sua stessa natura meravigliosa e ribelle, ricchissima e misera, l'uomo sarà sul sentiero di guerra per raggiungere, sì, noi diciamo "la liberazione"; in realtà una miriade di piccole, quotidiane liberazioni, tante quante sono le gioie e le sofferenze, le lacrime e le risate di ogni vita. Liberazione non come frutto già posseduto di conquista, ma come la conquista stessa, come dinamismo, come battaglia, come mosaico esistenziale di rovinose sconfitte e di belle vittorie.

Credo che questo sia molto importante da chiarire a se stessi, ciascuno nella misura della propria realtà, della propria quotidianità. Ci appare talvolta così meschina, così "feriale" la nostra giornata. E così tutti i giorni, tutti proprio. Che vita insignificante. Che essere scialbo sono mai. Non mi succede mai niente. E invece no. Tutt'altro. Si tratta di saper vedere.

Siamo sinceri fino in fondo: si tratta anche di saper volere.
Di non "lasciarsi vivere" di non essere dei rinunciatari in partenza. Di spalancare gli occhi sulla storia dell'uomo e sulla storia di ogni uomo che ci vive vicino. Di non sognare chissà quali conquiste perdendo di vista i tesori spiccioli di ogni giorno.
Si tratta di farsi delle idee giuste e chiare, e di esservi cocciutamente coerenti, e di portare fino in fondo ciò che si è cominciato. Questo significa liberazione.

Lo sforzo quotidiano della parte migliore di noi per non restare impigliati nelle pastoie delle meschinità, delle vischiosità quotidiane, lo slancio indefettibile verso ogni cosa buona e bella della vita, in semplicità di cuore: "come questi fanciulli" (Luca 18:17), direbbe Uno che conosceva a meraviglia il cuore dell'uomo.

Capacità di conservare uno sguardo limpido e un cuore sgombro, capacità di valorizzare tutto per la propria magnifica causa: le parole e i silenzi, le amicizie e la solitudine, il lavoro, lo svago, le attese, e gli errori persino, e i gesti, le scelte, i rapporti.

Liberazione come conquista. Come dura conquista. Non è uno scherzo possedere se stessi. Non è un gioco "dominare la terra", anche quando noi stessi siamo così povera cosa da far sorridere e quando la "terra" che ci è destinata non è molto più che un posto in fabbrica o davanti ai fornelli.
Il fatto fondamentale è che senza questa tensione non si è uomini. Non lo si diventa, non si cresce. Non si vive, al limite.

E la cosa più sconvolgente di tutto è che non si può mai dire, in fatto di liberazione: sono arrivato, adesso basta.

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