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Il frutto della superbia
Incauta e curiosa, Eva accetta il colloquio col serpente; ascolta le sue parole di dubbio; si apre al sospetto della gelosia, accetta la negazione, cede alla tentazione della superbia.
"Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, che era una delizia per gli occhi e che quell'albero era attraente per avere intelligenza; perciò prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei ed egli ne mangiò."
Queste parole, per quanto chiarissime nel loro significato letterale, fanno credere comunemente, e diciamo pure volgarmente, che il peccato della prima coppia, nel Paradiso terrestre, sia stato di concupiscenza e di carnalità.
È un pensiero grossolano, di grossolani e superficiali lettori, perché il primo peccato, il peccato da cui tutti gli altri peccati derivano, non è nella carne e nel sesso, ma è quello della superbia.
"Sarete simili a Dio".
Questa è la grande tentazione. Anzi, "sarete Dio". Il disordine, nello spirito e nella carne, non sarà poi che la conseguenza di questa colpa, e tutte le tentazioni spirituali e carnali non dipendono che da questa prima, fondamentale e radicale tentazione.
"Se nello spirito di Eva, non fosse entrato l'amore di se stessa e una certa superba presunzione, ella non avrebbe creduto al tentatore". La superbia, che è amore di se stessi è fomite d'egoismo, non è soltanto il contrario dell'umiltà, ma anche il nemico della carità, e quindi dell'amore.
Coloro che nella scena dell'Eden vedono, molto fatuamente, il primo atto d'amore carnale tra l'uomo e la donna, non pensano che la superbia, come distrusse il vincolo d'amore tra l'uomo e il suo Creatore, distrusse anche il vincolo d'amore tra l'uomo e tutte le creature, compresa la donna, a causa dell'egoismo che riduce spesso l'amore a un rapporto di concupiscenza e quindi di soggezione.
L'ambizione di essere come Dio, non il desiderio dell'amore, condusse al primo peccato d'orgoglio e di disobbedienza. L'insofferenza di dipendere dal Signore, l'illusione di potersi alzare al pari di lui, di contro a lui, magari al disopra di lui.
La fantasia dei pagani ideò qualcosa di simile, nel mito dei Giganti, i quali, insuperbiti dalla loro potenza materiale, credettero di poter detronizzare Giove, tentando la scalata dell'Olimpo e ammassando monti su monti. Furono anch'essi rotolati e annientati dalla folgore del padre degli déi.
È la sorte dei superbi, di tutti i superbi, anche di coloro che non pensano esplicitamente di essere simili a Dio, o uguali a lui, ma anche soltanto superiori agli altri uomini, e per questo stesso si fanno, implicitamente, disobbedienti a Dio.
"Dove sarà la superbia ivi sarà il disprezzo - e dove l'umiltà, ivi sia la sapienza", è scritto nel libro dei Proverbi, che fa parte della Bibbia. Ed anche: "La superbia precede sempre la caduta - e prima della rovina s'inorgoglisce lo spirito".
Tutte le cadute derivano sempre da un atto di ribellione a Dio, e cioè da un moto di superbia; tutti i vizi hanno nella superbia la loro radice. La caduta del primo uomo, istigato dalla donna, a sua volta istigata dal tentatore, deriva da una promessa menzognera: "Tu sarai come Dio", alla quale risponde la pazzesca affermazione dell'uomo stesso: "Io sono Dio". "E dopo un attimo, (pensando al fugacissimo destino e alla fragilità della vita umana) questo autolàtra terroso viene ricoperto di terra".
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Argomento del prossimo numero:
"UN VESTITO DI PUDORE"
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