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L'ottimismo

Per capire cos'è l'ottimismo bisogna rendersi conto di cosa è l'altra faccia della medaglia, cioè il pessimismo.

Essere pessimisti significa vedere tutto nero dalla mattina alla sera:
seminare il grano buono e credere che può venirne fuori soltanto zizzania;
imboccare una certa strada e temere che finirà certamente in un trabocchetto.
Per il pessimista non fa mai giorno, e tutto è un crepuscolo di ombre ingigantite e di sospetti, di cose che andranno certamente male per il semplice fatto che tutto nella vita è destinato ad andare male.

Essere pessimisti significa avere sempre paura di sé e degli altri, sospettare degli altri perché non si è sicuri di sé. Essere pessimisti è anche una forma di incredulità e di scarsa fiducia in Dio. In questo senso il primo pessimista evangelico fu Pietro quando il Signore gli comandò di camminare sull'acqua ed egli ebbe paura di affogare.
Il pessimista è come uno che cammina sull'acqua ed ha sempre paura di andare a fondo, perché in ogni onda (che è appena una piega d'acqua) egli vede un baratro pronto ad inghiottirlo.
E se poi domandiamo ad un pessimista perché è sempre triste, con quelle quattro pieghe amare intorno agli occhi, ci può anche capitare di sentirci rispondere che lui soltanto è una persona seria, mentre gli altri sono dei superficiali sprovveduti.

L'ottimismo non è superficialità, perché non è ottimista chi scioccamente sorride a tutto, e tanto meno chi vede dovunque sentieri fioriti.
Vedere tutto sempre rosa non è ottimismo, ma soltanto immaturità che deve ancora confrontarsi con la vita e che facilmente eviterà sempre ogni attrito che scotta e una prova di coraggio che sia finalmente segno di una scelta consapevole e adulta.

Il nostro ottimismo non significa sorridere a tutti ed aspettarsi un svolta: l'ottimismo è il frutto della maturità che abbiamo conquistato, è il frutto di una fede che è diventata serena espressione di vita.

Siamo ottimisti perch� guardiamo alla vita come ad un panorama visto dall'alto: come una prospettiva nella quale c'� di tutto: il bene e il male, la gioia e il dolore, ma tutto dentro una unit� che, se sappiamo coglierne il filo, finir� per trovare un significato.

Siamo ottimisti non perché non vediamo le cose che non vanno, ma perché siamo certi che ciò che oggi sembra una stonatura domani avrà un senso.
Non neghiamo l'esistenza del male, lo scavo crudele della sofferenza e della ingiustizia, non vediamo angeli dove ci sono coscienze immature e aggrovigliate.
Se c'è una religione che non promette di liberarci dagli ostacoli, dai fastidi purgatoriali della vita, questa religione è il Cristianesimo.
Cristo ci impegna a lottare il male e a vincerlo, ma non a scamparlo e ignorarlo.

La vita è quello che è, cioè una lotta senza soste per chiarirci, per maturarci, per porci davanti a Dio nella posizione giusta. Eppure non siamo tristi. Cristianesimo e pessimismo non vanno d'accordo per la semplice ragione che Dio non ci chiede di fare l'impossibile, ma soltanto di fare il nostro meglio: "Pace in terra agli uomini di buona volontà, dissero gli angeli nella notte più stellata del mondo".

Il vero ottimismo nasce dentro di te, dalla tua stessa pace: l'ottimismo è il frutto della tua coscienza serena; l'ottimismo è una conquista e un dono: un conquista che è tua ed un dono che ti viene da Dio.
Ecco le due facce dell'ottimismo cristiano: per essere ottimisti verso gli altri, bisogna essere ottimisti su ciò che hai realizzato o stai realizzando dentro di te. Non importa se il tuo attivo è minimo; non importa se le persone che ti stanno intorno sono persone ideali o abbozzi imperfetti; non importa se oggi le cose sembrano andare per il verso sbagliato o se il buon seme sembra cadere sopra un mucchio di sassi; non importa se sul piano umano il disegno di Dio sembra così tenue da dare l'impressione di non esistere affatto; non importa nemmeno se il bene che fai non riceve risposta o sembra cadere nel vuoto.

Il seminatore della parabola continuò a seminare pur sapendo che il buon grano cadeva tra i sassi, sopra la polvere secca di una strada o nel soffocante groviglio di una siepe. È questo il vero ottimismo: la certezza che il bene non andrà perduto e che, se sul piano umano i conti non tornano, sopra un altro piano, finiranno sempre per essere esatti.
L'ottimismo cristiano è un frutto della fede e non una operazione di contabilità che non conosce passivi. Qualche volta la stanchezza può diventare disperazione che dipinge tutto di nero: un venerdì santo di solitudine e di tenebre eppure non dobbiamo essere tristi perché siamo dentro un disegno che presto o tardi finirà per rivelarsi nella sua pacificante bellezza.

Il nostro ottimismo nasce dalla fede: è l'ottimismo della speranza che si ricollega a qualcosa, ma soprattutto a Qualcuno. Se Cristo si fosse arreso alla misura dei risultati apparenti, il venerdì santo sarebbe stato il più lungo e il più inutile dei giorni: invece a quattro passi, dietro l'angolo del nuovo giorno, c'era la luce più nuova e più consolante del mondo.

Allora via quegli occhiali neri, il cuore che rintocca a lutto ad ogni tornare della sera, ad ogni caduta della speranza. Noi non vogliamo né lenti nere né lenti rosa, perché il mondo della vita spirituale non è né nero né rosa, ma soltanto quello che è: una disarmonia di partenza che, con pazienza, può diventare armonia dell'arrivo.
Le lenti non servono, non cambiano i fatti, ed i fatti siamo noi, sei tu, e tocca a te muoverli e viverli perché abbiano un senso di speranza e di pace.

Pessimisti o ottimisti? A conti fatti, è meglio dunque essere ottimisti, perché l'ottimista può sempre fare qualcosa, mentre il pessimista ha persino paura di cominciare. Gli occhiali non servono. È il nostro modo di vivere cheà il colore al modo di camminare e di volere.

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