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La paura

In tutte le favole che ascoltavamo da bambini c'erano immancabilmente un orco cattivo, un lupo sanguinario, oppure una strega che era la quintessenza della più astuta malvagità. Immagini che temevamo e amavamo allo stesso tempo, perché servivano a fare rifulgere la trionfante vittoria dell'eroe, ma che, talvolta, popolavano di incubi e terrori i nostri sonni.

Nascono forse dalle nostre paure di adulti? No.
La paura ha radici ben più profonde. È presente già nella preistoria, quando l'uomo aveva paura del fuoco perché non lo conosceva. Finché lo dominò, imparò a servirsene e ne fece il suo alleato più prezioso.
La lotta per liberarsi dai timori di quel mondo popolato di forme sconosciute durò millenni, fino a quando tutto gli fu chiaro, perfino la luna, di cui è praticamente diventato, se non padrone, orgoglioso e incontestato ospite.
A prima vista, si può dunque identificare la paura con l'ignoranza. Ma allora, perché proprio oggi, nel secolo della conquista delle più inesplorate regioni dell'universo e dello scibile, l'uomo è più che mai vittima di una insicurezza che ha la sua matrice nella paura?

Perché nella sua dissennata corsa verso il progresso, egli non conosce più se stesso: ne ha paura. Ha paura della sua paura.
Oggi nessun individuo sano e maturo teme più il buio, il fulmine o l'animale più forte di lui.
Ma ha paura del domani, della malattia, dell'insuccesso, della povertà.
Ha paura della sconfitta professionale e amorosa, della vecchiaia, della morte; perfino dell'intangibile e dell'inesplicabile.

Forse anche tu che leggi hai le tue piccole e grandi paure. Paura dei ladri, degli spiriti, del buio, di un topo, talvolta della tua stessa ombra.
E hai paura di non superare gli esami, di non incontrare l'amore, di non trovare un impiego, oppure di perderlo.
In realtà noi perderemo solo ciò che non amiamo. Abbiamo paura di perdere le cose perché non le amiamo, ma le possediamo o vogliamo soltanto possederle egoisticamente, senza stabilire un rapporto interiore con esse.
Perché il nostro rapporto con la natura, con le cose, con gli altri è soltanto esteriore, superficiale.
Abbiamo paura perché non sappiamo comunicare. Ma comunicare è partecipare il nostro vero essere, ciò che siamo nell'intimo. È assumere in noi l'altro, gli altri.
Per questo siamo sommersi dallo stress quotidiano di timori che sfocia in uno stato di inconscia instabilità nervosa; un cronico, indefinibile allarme, come il tam tam della foresta che segnala un pericolo incombente.
"Tenete per voi le vostre paure e dividete con gli altri il vostro coraggio" diceva Stevenson. Il coraggio, infatti, non sta nel non avere paura, ma nel dominarla.

Dove, come trovare questa forza in un mondo sempre più precario, violento e competitivo? Dentro di noi. Nella nostra voglia di vivere e di donarci.

Parlare con se stessi, significa riflettere, ragionare e risolvere. Gli antichi filosofi dicevano che l'uomo è il prodotto dei suoi pensieri.
Come possono vivere coloro che non pensano? In superficie. C'è da stupirsi se al primo urto vengono scossi da un tale tumulto di emozioni da andare in pezzi? È vero che la paura è una cattiva consigliera, ma lo è anche la troppa sicurezza.
La paura è come il dolore: un segnale d'allarme per spingerci a correre ai ripari.

La sicurezza, invece, è uno stato di insensibilità che porta all'incoscienza e, talvolta, al disastro.
("L'uomo - dice l'autore di un libro sull'arte di vivere -, deve pagare il prezzo della paura e della preoccupazione per acquistare la sua umanità".
La nostra sensibilità all'ansia è il terreno della nostra evoluzione umana.
La paura può essere lo stimolo sotto la cui spinta l'uomo è capace d'impegnare tutto se stesso.
La paura delle epidemie lo porta a scoprire e a debellare i bacilli che le generano; la paura delle guerre lo spinge a lavorare per la pace; la paura di un pericolo fa scattare in lui la molla del coraggio.
Non l'atto di valore o il colpo di genio, ma il vero coraggio, quello oscuro e solitario di cui abbiamo bisogno per affrontare senza esserne schiacciati, la nostra parte di rischi, ansie, incertezze e paure che la vita ci riserva quotidianamente. "Temer si deve di sole quelle cose ch'hanno potenza di fare altrui male...." declamava il poeta. C'è sempre qualcuno che sta peggio di te e spesso avresti modo di aiutarlo se non fossi così occupato a impietosirti di te stesso.
La cura delle angustie altrui, ci libera dalle nostre.
È necessario infine accettarci come siamo, con i nostri errori, le nostre fragilità, le nostre inibizioni. L'individuo che non sà perdonarsi i propri sbagli ha poca speranza di vivere in armonia con se stesso. Ed è destinato ad una esistenza di dispersione e di inquietudine.
Ma esiste il supremo rimedio: la preghiera.
Quella che dice: "Signore, salvaci, siamo perduti" (Luca 8:24) e quella che dice: "Signore, dammi la forza di sopportare".
È la fiducia in Colui che ha vinto ogni paura ci garantisce la salvezza.

Se si sfoglia il grande libro dell'umanità, ci si accorge che nel mondo non sono mai mancati motivi di timore: dai più quotidiani a quelli di natura universale.
Superare la paura degli avvenimenti e del mondo, di questo nostro mondo, non vuol dire evadere dalla realtà, rifugiarsi nell'illusione di chissà quali chimere. Affatto! È indispensabile guardare in faccia la realtà com'è.
È necessario avere coscienza che stiamo vivendo un'epoca tragica ed eroica al tempo stesso e che dal proprio sforzo individuale nascerà un nuovo mondo, inteso ad evolversi e a rinnovarsi; significa migliorare il proprio destino e contribuire, sia pure in minima parte, alla piena espansione della dignità umana.

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