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La pazienza

La pazienza non riscuote molte simpatie nel mondo d'oggi. Di fronte ad altre virtù che hanno un suono più aggressivo e impegnato, la pazienza sembra un elemento passivo che si confonde facilmente con la rassegnazione, con la rinuncia a lottare, con l'accettazione inerte di tutto quello che ci cade addosso o che gli altri hanno deciso per noi.

A molti la pazienza sembra la virtù dei deboli un esercizio che non costa nulla.
È esattamente il contrario. La pazienza è una virtù di difficile acquisto, la virtù che non si finisce mai di possedere abbastanza perché le occasioni di esercitarla, con noi e con gli altri, sono continue e coprono l'intero arco di ogni vita umana.

Quando si è giovani la tentazione più grande è l'impazienza di bruciare le tappe, di vivere tutte le esperienze in una breve e sfolgorante stagione di vita.
I giovani sono portati a credere che tutto spetti loro di diritto e che basti allungare una mano per vederla riempirsi di luce e di frutti. Essi sono impazienti di amare, di rompere la solitudine, di realizzare il sogno di una comunione perfetta con la persona che amano e con l'ideale che sembra loro più congeniale.

È naturale che sia così, perché ù la vita che sembra spingerci alle spalle, dipingendo di rosa i sogni e gli ostacoli, i diritti e i doveri, le realtà più concrete e le aspirazioni più ardue.
Quando si chiede ai giovani di aspettare un momento e soppesare sulla mano la realtà e i sogni, essi hanno l'impressione che si voglia mettere un freno ingiusto al loro diritto di vivere.

Non è questione di freni o di remore: si vuole semplicemente evitare che l'impazienza trasformi l'impulso in avventura, il sogno in un tragico risveglio di realtà.

La pazienza è l'arte di dosare i tempi, di aspettare che l'impulso cominci a maturarsi in responsabilità; che allo spazio dei sogni corrisponda la misura più reale dei fatti.

Questo non significa che si debba rinunciare a vivere, a cercare da soli la propria strada, a diventare qualcuno. Bisogna diventare qualcuno, perché è un diritto inalienabile, ma senza fretta esagerata, senza passi falsi, senza impazienze frenetiche.

Chi è paziente non è un debole che si lascia portare dal gioco e dalle correnti degli altri, ma una persona che affronta la vita come una cosa seria, perché sà che le apparenze sono rosee soltanto alla superficie e le realtà hanno un colore ben diverso.

"Con la vostra pazienza -si legge nel Vangelo- possederete le vostre anime".
Le parole di Cristo confermano il primo, grande esercizio di pazienza nei confronti di noi stessi.
Se una persona non ci và, perché è antipatica, importuna e volgare, possiamo anche evitarla, ma il nostro "io", con i suoi limiti e le sue resistenze, è l'ospite che non se ne và mai e diventa il punto forte della nostra pazienza.

Quando cerchiamo di migliorarci oppone le resistenze più ostiche; quando vogliamo andare in fretta và lento o non si muove affatto; quando siamo più pronti ai richiami dello spirito, diventa l'avversario più ambiguo che intralcia o devia la strada.

Questa realtà non deve spaventare. Bisogna avere peò il coraggio di prendere coscienza di noi stessi (un impasto di voci contraddittorie) e accettarci serenamente come siamo.
Dall'accettazione nasce la visuale aperta sulle difficoltà, l'impegno per una pianificazione razionale, la pazienza per superarle giorno dopo giorno.
L'accettazione di noi è il primo passo per accettare gli altri. Chi si conosce profondamente, sà quale pazienza sia necessaria per instaurare e far vivere un qualsiasi rapporto interpersonale. Ogni persona è un piccolo mondo a sé, un mondo diverso dal nostro, così come noi siamo diversi dagli altri. Ognuno ha il suo piccolo "io" generoso o meschino, aperto o gretto, arioso o soffocante, sincero o insincero.
Ogni gruppo umano è un insieme di piccole tessere che è difficile mettere insieme: colori che stridono, contrasti che feriscono, ipocrisie che mettono veleno. Qui più che altrove, la pazienza non è mai una virtù passiva, ma una forza eminentemente attiva, che non solo accetta, ma lentamente cerca di attutire, di trasformare, di assimilare.

Qui la pazienza non è una virtù sola, ma un concerto di virtù, perché ce le vogliono davvero tutte per accettare e per trasformare, per amare quando l'amore non viene capito e il sacrificio frainteso, per aver fede quando intorno c'è buio come la notte.
Ma è qui che si operano le trasformazioni più grandi, quelle che danno "il tocco" ultimo.

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