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"UN LIBRO DIVERSO NELLA BIBLIOTECA DELL'UMANITÀ"

I grandi libri dell'umanità sono numerosi. Tuttavia nessuna opera, antica o moderna, può venire paragonata alla Bibbia: essa ha una storia e uno scopo del tutto singolari.

Quando diciamo "Bibbia", usiamo una parola greca che significa "il libro" o "i libri" o "biblioteca".

Infatti, per gli Ebrei e per i Cristiani quest'opera è "il libro per eccellenza"; ai loro occhi riveste un'importanza unica e straordinaria perché lo considerano come divino: in esso trovano la Parola di Dio e la Storia di Dio nel Suo rapporto con l'umanità.

In questa rubrica d'informazione biblica potrete leggere un contesto biblico, le relative "osservazioni" sul medesimo, ed infine, una rubrica costituita da interessanti "puntualizzazioni" su parole o frasi.

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Il peccato dell'uomo

Testo biblico: GENESI capitolo terzo

"Il serpente era il più astuto di tutti gli animali della campagna che il Signore Dio aveva fatto, e disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di nessun albero del giardino"?

La donna rispose al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare; ma del frutto dell'albero che sta nella parte interna del giardino Dio ha detto: "Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete".

Ma il serpente disse alla donna: "Voi non morirete affatto! Anzi Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male". Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiarsi, seducente per gli occhi e attraente per avere successo; perciò prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.

Si aprirono allora gli occhi di ambedue e scoprirono di essere nudi; perciò cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture.

Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo fuggì con la moglie dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Allora il Signore Dio chiamò l'uomo e gli domandò: "Dove sei?". L'uomo rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino, e ho avuto paura, perché io sono nudo, e mi sono nascosto".

Dio domandò: "Chi ti ha indicato che eri nudo? Hai dunque mangiato dell'albero del quale ti avevo comandato di non mangiare?". Rispose l'uomo: "La donna che tu hai messo vicino a me, mi ha dato dell'albero, e io ho mangiato".
II Signore Dio disse alla donna: "Perché hai fatto questo?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato".

Allora il Signore Dio disse al serpente: "Perché hai fatto questo, maledetto sii tu fra tutto il bestiame e tra tutti gli animali della campagna: sul tuo ventre dovrai camminare e polvere dovrai mangiare per tutti i giorni della tua vita. Ed io porrò ostilità tra te e la donna tra la tua stirpe e la sua stirpe: essa ti schiaccerà la testa e tu la assalirai al tallone".

Alla donna disse: "Moltiplicherò le tue sofferenze e le tue gravidanze, con doglie dovrai partorire figliuoli. Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su te".

E all'uomo disse: "Perché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, per il quale ti avevo ordinato: "Non ne devi mangiare: Maledetto sia il suolo per causa tua. Con affanno ne trarrai il nutrimento, per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi farà spuntare per te, mentre tu dovrai mangiare le erbe dei campi. Con il sudore della tua faccia mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere devi tornare".

ADAMO ED EVA CACCIATI DAL GIARDINO DELL'EDEN.
L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.
Poi il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie delle tuniche di pelli e li vestì. Il Signore Dio disse allora: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, conoscendo il bene e il male! Ora facciamo si ch'egli non stenda la sua mano e non prenda anche l'albero della vita così che ne mangi e viva in eterno!".

E il Signore Dio lo mandò via dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra dalla quale era stato tratto. Scacciò l'uomo, e dinanzi al giardino di Eden pose dei cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire l'accesso all'albero della vita".

OSSERVAZIONI

Si apre ora il secondo atto della storia dell'uomo tracciata da quella che è stata chiamata la "Tradizione Javista".
È un atto drammatico e oscuro che fa da contrasto con la precedente scena in cui la creazione era armonica e serena: l'uomo dialogava con Dio, conosceva gli animali, lavorava la terra e amava la sua donna.

Appare ora un nuovo attore, il serpente, che più tardi la tradizione identificherà col diavolo: "è per invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo". Esso è definito come "astuto", cioè "sapiente", perché offre una visione del mondo e di Dio alternativa.

Inoltre, essendo in Oriente un simbolo sessuale, incarna anche l'idolatria dei cananei, la popolazione indigena della terra promessa. Con i loro "culti della fertilità" essi immaginavano che la divinità fosse presente nella sessualità, nella fecondità dei greggi e nella fertilità dei campi.
Il tentatore per eccellenza è l'idolo, il falso dio.

Ed è proprio questo tentatore, attraverso un fine gioco psicologico, a coinvolgere prima la donna e poi l'uomo nell'atto di ribellione a Dio.
Il sogno che egli fa balenare davanti ai loro occhi è quello del "diventare come Dio, conoscitori del bene e del male".

Ritorna in scena quell'albero non botanico ma simbolico di cui si era parlato già nel primo atto. Esso era il simbolo del bene e del male, cioè della morale che solo Dio decide. L'uomo, con il suo peccato "originale", radice e sorgente di ogni altro peccato, vuole decidere lui quale sia il bene e il male, vuole diventare lui l'arbitro della morale, rifiutando il disegno divino.

La donna da compagna diventa tentatrice, secondo un tema caro a tutte le culture, ma anche secondo un riferimento ai citati culti cananei che comprendevano appunto delle sacerdotesse che incarnavano la dèa della fecondità.

VIOLATO IL COMANDAMENTO,
l'uomo e la donna non si accettano più come creature, si vergognano e cercano di coprire la loro nudità con un segno di protezione ben misero.
Il peccato segna una svolta radicale.

Alle armonìe che intessevano tutta la prima pagina del racconto "Javista" (capitolo 2) subentrano ora le disarmonìe. La relazione con la donna diverrà aspra e segnata dalla violenza, quella con la natura diverrà faticosa e quella con Dio sarà infranta.

DIO ORA RITORNA IN SCENA.
È come un sovrano orientale che passeggia nel suo parco quando soffia la brezza fresca della sera. Da questo momento in avanti il racconto si trasforma in un processo. Si comincia con un'istruttoria e un interrogatorio serrato in cui il Signore si rivela come un giudice implacabile che riesce a demolire le false difese dell'uomo. Si assiste, infatti, da parte della coppia umana a un curioso tentativo di sottrarsi alla propria responsabilità.
In successione, infatti, l'uomo accusa la donna, la donna accusa il serpente.

A questo punto scattano le sentenze contro i tre attori del dramma del peccato.

Iniziamo con le prime due.

C'è innanzitutto il giudizio sul serpente.
In forma popolare si vuole anche spiegare perché il serpente sia considerato impuro dagli ebrei e strisci nella polvere. Ma al di là di questa spiegazione concreta c'è un segno ulteriore: l'idolo è impuro e ridotto ad essere umiliato nella polvere.

La sentenza contro il serpente si dilata, però, in una frase divenuta celebre nella storia successiva dell'ebraismo e del cristianesimo.
Dio qui afferma che tra il seme del serpente, cioè i suoi discendenti, e il seme della donna, cioè l'umanità, ci sarà una lotta serrata e continua, una "ostilità" irrimediabile.
Il seme del serpente "attenterà" al tallone del seme della donna e quest'ultimo "attenterà" alla testa del serpente e dei suoi discendenti perversi.

Nell'originale ebraico si usa un verbo identico, "attentare", che però ha due sfumature nella nostra raffigurazione: "schiacciare" la testa, "assalire" al tallone.

Su queste sfumature, e soprattutto sulla scia della speranza nel trionfo finale del bene, si è letto poi il testo come uno scontro tra il seme del serpente e quel discendente perfetto della donna che sarà il Messia. Costui saprà schiacciare per sempre la testa del male.

Ecco poi la seconda sentenza, quella indirizzata contro la donna. Per indicare che l'armonìa tra uomo e donna è spezzata si ricorre al dolore del parto, considerato come il vertice della sofferenza. Ciò che doveva essere fonte di gioia e segno di benedizione, la generazione, è visto come percorso dalla sofferenza. È una spiegazione simbolica e spirituale di un fatto naturale.

Si aggiunge, poi, una nota amara. La relazione d'amore è irrimediabilmente incrinata: la donna sente il desiderio del suo uomo, ma ne ha in cambio la violenza sessuale. Con il peccato l'armonìa e la bellezza del rapporto tra uomo e donna si infrangono e lasciano il passo al dolore e alla violenza nella coppia.

Continua il giudizio divino sull'umanità peccatrice.
Siamo ora di fronte alla terza sentenza pronunziata dal Signore in questo processo a porte aperte: dopo il serpente e la donna, è ora di scena l'uomo.

È significativo notare che solo il serpente è maledetto in modo diretto ("maledetto sii tu...!); la donna e l'uomo lo sono solo indirettamente.
Dio non cancella la benedizione radicale che rendeva vivo e fecondo l'uomo.
Infatti ora ad essere maledetto è il suolo che ritorna simile alla steppa dell'inizio della creazione.

La terra diventa avara di prodotti; da essa spuntano spine, cardi ed erbe, per cui il lavoro dell'uomo è duro e alienante, fonte di sudore e fatica.
Si vuole, così, mostrare la frattura dell'armonìa tra la terra e l'uomo, tra la materia e colui che aveva ricevuto l'incarico di trasformarla e "nominarla" ("imporre il nome agli animali"), conoscendola e coltivandola.

Il legame che ci univa alla terra da cui eravamo stati tratti - segno del limite della creatura umana - ora è visto con terrore: la polvere è la nostra mèta ultima con la morte.

Su questo tema amaro la Bibbia ritornerà spesso, mostrando all'uomo la sua fragilità, il suo essere finito e votato alla morte. Solo lentamente farà balenare la possibilità di un orizzonte oltre la morte. Prima che le sentenze emesse da Dio nei confronti dei due peccatori siano messe in esecuzione, ci sono due note che l'autore lascia cadere nel suo racconto.

La prima riguarda il nuovo nome che la donna - prima chiamata "isshah" che, secondo quanto si è detto, era inteso come un femminile di "ish", "uomo" - riceve: in ebraico essa è "Hawwah", da noi reso con "Eva", termine che significa "la vivente", la sorgente della vita. È una nota positiva, dunque: nonostante tutto, la benedizione divina che rende feconda la donna continua a operare.

Ancora più suggestiva e positiva è la seconda annotazione.

Preparare le vesti, segno di protezione e di dignità, era proprio in Oriente del padre di famiglia. Il Signore ora si preoccupa delle sue creature che si vergognano della loro nudità, cioè della loro realtà, e le riveste come un padre, dando loro una difesa e un segno di dignità. La giustizia divina, comunque, deve avere il suo corso. Con un intervento forse velato di ironia, Dio non vuole che l'uomo, dopo aver tentato la folle scalata a signore del bene e del male, voglia anche cercare di rapire a Dio l'immortalità, rappresentata simbolicamente dall'albero della vita.

L'uomo viene espulso dal giardino dell'Eden, segno dell'intimità divina ormai infranta. Dio è ora un estraneo, isolato nel suo mondo tutelato dai "cherubini", esseri noti anche nell'antico Vicino Oriente come spiriti protettori delle aree sacre (templi e palazzi reali) e raffigurati in forma semi-umana e semi-animalesca. La fiamma della spada folgorante è il fulmine che designa il giudizio e la distanza di Dio. L'uomo peccatore, che non è più in armonìa col suo simile (la donna) e con la natura, ora è lontano anche da Dio, con il quale non potrà più parlare nel giardino dell'intimità.

PUNTUALIZZAZIONI

Il serpente.
Per comprendere perché proprio al serpente (e non un altro animale) sia stato attribuito il ruolo del tentatore dell'uomo, bisogna ricordare che nelle antiche civiltà orientali questo animale era considerato il simbolo dell'immortalità e della fertilità.

Il richiamo al serpente evocava nell'autore del racconto i culti idolatrici dei Cananei, gli indigeni della Terra Santa. Inoltre il nome stesso del serpente viene messo in rapporto alla sua azione di tentatore: "nahash" infatti in ebraico significa "serpente", ma anche " indurre in tentazione". Lungo la storia dell'interpretazione biblica la figura del serpente andrà via via delineandosi come forza ostile a Dio e al suo piano, fino ad essere identificata con Satana.

Antropomorfismo.
"Udirono il rumore dei passi del Signore Dio...".
La Bibbia ama ricorrere spesso una forma simbolica per parlare di Dio. Essa è detta tecnicamente "antropomorfismo".
Con questo termine si vuole indicare che a Dio viene attribuito ciò che è proprio dell'uomo (in greco "anthropos", "uomo", "morphb", "forma"). Questo spiega perché nella creazione Dio viene descritto come "vasaio" (Genesi 2:7); e nel nostro passo come un re che passeggia nel suo parco.
Si comprende, così, perché in molti testi biblici vengano attribuiti a Dio atteggiamenti e comportamenti caratteristici dell'uomo.

Genesi 3:15.
"Porrò ostilità tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: essa ti schiaccerà la testa". Questo è un testo importante per la storia della salvezza, considerato quasi un anticipo del Vangelo. L'atto di "schiacciare la testa" è attribuito nel testo ebraico alla stirpe o seme della donna ("hu", "esso"), nella traduzione greca detta dei Settanta, a una persona singola ("autos", "egli") e nella versione latina, detta Vulgata, alla donna ("ipsa", "ella").

Eziologìa.
Il significato del castigo che Dio infligge al serpente, alla donna e all'uomo consiste nell'affermare e sperimentare come il peccato abbia profondamente sconvolto i rapporti dell'uomo con Dio, il prossimo e la natura.
In forma popolare si cerca poi di spiegare alcuni fenomeni; le domande a cui si vuole rispondere sono: Perché i serpenti strisciano? Perché i dolori del parto? Perché la fatica e il sudore del lavoro? È quello che gli studiosi con un termine tecnico di origine greca chiamano "eziologia" (cioè: "ricerca delle cause").

Il lavoro.
Nei vv. 17-19 si introduce una presentazione del lavoro umano. Esso è considerato come il destino normale assegnato all'uomo dal Creatore, ma il peccato lo ha reso difficile e penoso. A differenza delle antiche civiltà che disprezzavano il lavoro, riservandolo agli schiavi, la tradizione biblica e cristiana ha contribuito a conferirgli dignità.
L'uomo della Bibbia è presentato nel suo impegno quotidiano di lavorare la terra e la vigna, di pascolare i greggi e gli armenti e di utilizzare tutte le risorse del creato.

L'albero della vita.
È l'albero di cui, nell'antico mondo orientale, bisognava mangiare regolarmente i frutti per ottenere l'immortalità.

Nell'Epopea di Ghilgamesh il frutto dell'albero della vita è chiamato significativamente "il vecchio diventa di nuovo giovane".
Ghilgamesh è un eroe della mitologia babilonese, che và alla ricerca dell'albero della vita per cibarsi dei suoi frutti e così evitare la morte.
Mentre nell'Epopea di Ghilgamesh l'albero della vita è smarrito per circostanze esterne, il testo biblico pone l'accento sulla colpevole disobbedienza dell'uomo.

La nudità e la veste.
Le tuniche di pelle ricoprono la nudità dell'uomo e della donna. Essere nudi nella società ebraica antica è una condizione di debolezza: nudi si trovano il bambino, il povero, lo schiavo. Per questo, denudare è anche un modo per castigare.
Il profeta Geremia parlando della città di Gerusalemme, paragonata ad una donna dice: "Per enormità delle tue iniquità, sono stati strappati i lembi della tua veste".
In Genesi 3:24 l'azione contraria, il rivestire, è un gesto d'amore di Dio che si prende cura dell'uomo.

I cherubini.
Posti a custodia del giardino di Eden, questi esseri misteriosi saranno rappresentati anche sul coperchio dell'arca dell'alleanza del quale è detto: "Farai due cherubini d'oro massiccio: li porrai alle due estremità dell'arca" (Esodo 25:18), e nel tempio di Gerusalemme l'arca dell'alleanza era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

EVA.
Questo nome ebraico contiene un riferimento alla parola "vita" ("hawwah").
Nei racconti della Bibbia i nomi propri sono legati alle caratteristiche personali di chi li porta.

Così in Genesi 3:20 il nome della prima donna è associato alla sua maternità universale.

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