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Requiem per un conservatore

Requiem per un conservatore. Intendo per un immobilista. Certo, anche qui ci si deve intendere sui termini. Conservatore non è colui che, scoperti valori autentici, se ne fa difensore e custode. Questi è, anzi, una bellissima specie della razza umana: quella dei fedeli, quella dei coerenti, quella dei puri.

Conservatore è colui che non ha, o non ha più, il disperato coraggio che appunto ci vuole per continuare nella quotidianità più banale all'apparenza, a conquistare la propria liberazione, la propria quotidiana porzione di liberazione.
Non ci fa pregare Cristo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"?

"Oggi è quotidiano": due splendide parole all'insegna della più grande, infantile provvisorietà. "Oggi" lo dicono gli uccelli e i bambini e � non rimproveratemi di poesia - i gigli del campo. E "quotidiano": all'insegna della sicurezza fiduciosa nel domani, all'insegna della più meravigliosa testardaggine, e fedeltà e continuità. Senza questo "oggi e quotidiano", non c'è veramente l'uomo.

Ma dicevamo: il conservatore.
Ecco, per stare in argomento: il conservatore dice "ieri". E gli sta bene. Tutto gli sta bene di quanto è già accaduto. Per il semplice fatto che è già accaduto e quindi non lo sorprende più.
Colui che ama appassionatamente - che così và amata la propria presente e futura liberazione - non ha mai paura del "non ancora avvenuto", non ha mai paura delle avventure dello spirito.
Nel corso della storia il conservatore ha avuto moltissimi volti. E poiché il suo è un male che è dello spirito dell'uomo, oggi ce li ritroviamo tuttora tutti davanti, nella sostanza, anche se i nomi cambiano e le apparenze pure.

È stato - ed è - il desiderio di sopraffazione fra l'uomo e la donna nell'interno della famiglia ("matriarcato" o "patriarcato" che lo si voglia chiamare), è "paternalismo" nella famiglia, nel gruppo sociale, nella più vasta accezione di esso, lo stato. È "centralismo" e "individualismo" esasperati, in ogni ambiente: culturale, di lavoro, d'espressione artistica.

È violenza, non accettazione dell'altro, fino alla volontà di sopraffazione con ogni mezzo, dalla violenza psicologica e subdola a quella che fa scorrere sangue.
Da quello di Abele in poi, la storia degli uomini ne è piena (e spesso se n'è fatta un vanto, come quando le nazioni esultano d'aver "vinto" una guerra).

Paradossalmente - e può a tutta prima sembrare incredibile � è "conservatore" il sedicente rivoluzionario, che lotta soltanto per sostituire a quella altrui la propria forma di dittatura e di prepotenza, autodefinendosi "liberatore".

E c'è infine il volto più sconcertante e forse persino patetico del conservatore.
Quello di colui che evade, con pretesti più o meno fantasiosi, dall'impegno tormentoso di costruirsi giorno per giorno la propria liberante fisionomia di uomo.
Nel tempo si sono chiamati "sincretisti" o "cinici" o "viveurs" o "playboys" o "vitelloni" o beati "figli dei fiori". Non li allineiamo tutti sullo stesso tavolo, naturalmente. Ma si somigliano tutti per quella forma di rinuncia a realizzare se stessi e per quella critica sterile alla società nella quale si sono trovati non a vivere, ma a ... lasciarsi vivere.

Dappertutto dove c'è un'autonomia conculcata più o meno espressamente, dove c'è un uomo che rinuncia al dovere di plasmare il proprio destino, e tutta l'umanità che segna una battuta d'arresto, è ognuno di noi che viene defraudato del suo diritto alla liberazione totale.

L'esistenzialista che si lascia pervadere dall'angoscia di fronte alla prospettiva di una storia umana ridotta a indecifrabile enigma; il marxista che vede la storia come "l'unica" realtà esistente di per sé, e gli esseri umani come semplici momenti di questo sviluppo e di questa creazione, compiono un attentato alla liberazione di tutti noi.

La liberazione è impegno di sempre. Conquistare la propria liberazione è possedere se stessi, scoprire il perché del proprio esistere. Per questo anche quando tutto và male, anche se i tuoi progetti vanno a rotoli, il tuo cammino di liberazione può andare benissimo.

E, d'altra parte, non c'è vera liberazione se non si accetta di distruggere qualcosa. Se non si è tanto poveri da non avere programmi, da non avere "domani", o "ieri", ma soltanto "oggi". Un oggi dinamico, sempre in divenire sempre in fase di creazione.

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