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Il silenzio

Ne abbiamo perduto il senso. E abbiamo perduto così non solo un grande valore o un dono importante ... abbiamo perduto noi stessi. Poiché è nel silenzio che la nostra anima si ritrova, si riconosce, si accetta.

Abbiamo perduto il silenzio e siamo divenuti degli alienati. Creature spezzate, invase da voci che hanno fatto violenza al cielo del nostro spirito e lo hanno frantumato. Siamo rimasti esposti a tutte le tempeste di vento e di fuoco che si scatenano intorno e sopra la nostra casa.

Abbiamo perduto il silenzio e non abbiamo più difesa, il nostro rifugio, la possibilità di spiegazione a noi stessi.
Viviamo immersi nel baccano. Materialmente prima di tutto. E anche spiritualmente.
La vita moderna è intrisa di baccano, di rumori, di quelli computabili in decibel, fin dentro le case, nelle fabbriche, nei laboratori.
Ai rumori in certo senso necessari o inevitabili che provengono da strumenti di lavoro, noi aggiungiamo di nostra iniziativa, il frastuono delle radioline, dei dischi, dei juke-box, ci portiamo la radio in automobile e il mangiadischi sulla spiaggia. La musica moderna, pop o underground che sia, eccita frenetici fans che ne sottolineano il baccano con strilli acutissimi, scoppi di voce, battiti di mani, danze frenetiche.
E questo continuamente, dappertutto.

Difficile trovare un posto nel quale difendersi dal rumore.
Ma dopotutto, vogliamo veramente difenderci?
Perché esiste anche una forma di "baccano", di chiasso interiore che è per noi un nemico ancora maggiore, più insidioso e anche più amato.
Non credete? Noi ci lamentiamo sempre del rumore. Tutti in coro, seriosamente, come ci lamentiamo delle suocere, delle tasse, del governo, dei prezzi e dell'inquinamento, ci lamentiamo dei rumori. È diventato un modo per mandare avanti conversazioni stracche, dimostrarsi persone civili e scaricare i nostri intimi scompensi.
Ma generalmente, nella maggior parte dei casi, nella maggior parte del nostro tempo, noi non vogliamo veramente il silenzio. Non vi siamo abituati, e ne proviamo immediatamente una sensazione di gelo, di smarrimento. Come trovarsi d'improvviso in un luogo sconosciuto e inospitale. Decisamente, siamo subito a disagio.

Questo è valido per il silenzio materiale. Ma ancor più per il silenzio interiore. Ci fa paura. Non è mai simpatico trovarsi quasi brutalmente di fronte a sé stessi. E se stiamo zitti esternamente e soprattutto se facciamo tacere le mille voci interiori che ci stordiscono, se mettiamo la sordina all'orgoglio e il silenziatore all'egoismo ... chi ci garantisce contro noi stessi?
Siamo come quel capo tribù al quale era morto un figlio e che si faceva costantemente accompagnare da suonatori di tam tam per non "sentire" il suo dolore.
Così anche noi suoniamo con impegno i nostri mille tam tam esterni e interiori: transistor ed emozioni superficiali.

E tradendo il silenzio, tradiamo noi stessi. Noi stessi e quel "Qualcuno", quell'Altro dentro di noi che silenziosamente ci aspetta. Ci precludiamo orizzonti immensi, panorami che ignoreremo per sempre, ci rifiutiamo a una delle più intense esperienze dello spirito.

Perché "Il silenzio non è un vuoto, ma una pienezza, non è cessazione di pensiero, ma intensa attività spirituale", diceva Sertillanges. E forse il silenzio è ancora di più. È un'avventura dello spirito. Un impegno con sé stessi. Una sfida alla superficialità, all'approssimazione, al superfluo che ingombrano la nostra esistenza e ci impediscono le realizzazioni migliori.

Certo, ci vuole del coraggio per entrare nell'atmosfera severa e bianca del silenzio. Ma ì un gesto che compensa infinitamente lo sforzo, perché ha come risultato l'immetterci sulle misteriose lunghezze d'onda dello spirito, dove si ascoltano parole diverse da quelle del nostro parlare comune: si captano i messaggi altrimenti non decifrabili della nostra stessa anima, e delle altre (che forse ci circondano da anni e non abbiamo mai sentite), e di Dio.

Paradossalmente, è proprio il silenzio che ci rende straordinariamente capaci di comunione, e proprio quello che appare come un isolamento è una fuga, ciò che meglio rende spalancati e accoglienti, capaci di ascolto e di rispondenza, misteriosamente immersi nella realtà degli altri e capaci di assumerla in pienezza.

Parlando di chi ha raggiunto questa capacità che non è di molti, scriveva il convertito Van der Meer: "Chi può credere che esista ancora in qualche posto, un punto di luce tra il nostro spirito e l'infinita purezza di Dio? ... Ci sono tuttavia anime nobili e calme che portano in sé l'equilibrio come un giorno limpido e che conoscono la pace vera. Il loro cuore tranquillo riceve e contiene tutte le sofferenze e i martìri dei fratelli. L'abisso della luce è la loro casa. Li si trova nel mondo, dispersi e rarissimi ... Quando si è percepita, sia pure in modo assai imperfetto, la luce sconosciuta al mondo in cui la loro vita è immersa, non si può negare che tale vita, nel suo slancio profondo e nella corsa immediata verso il fine che supera ogni cosa, si sviluppa su di un piano sublime. Sò con molta precisione che l'opposizione tra questo silenzio ricco d'amore e di pensiero ... e il nostro baccano imbecille e pesante, la nostra agitazione furiosa, il nostro pettegolezzo ... diventa pressoché un luogo comune. Ma non cessa di farsi notare, irresistibilmente ... Noi non possiamo capire questo silenzio. Lo confondiamo col vuoto. Invece è la pienezza".

Van der Meer pensa, scrivendo queste righe, particolarmente ai contemplativi che scelgono di fare del silenzio l'anima della loro esistenza. Ma sarebbe magnifico che, almeno un poco, parole simili potessero esprimere anche la nostra realtà.

In fondo abbiamo tutti, più o meno avvertita, la nostalgia del silenzio, come del nostro paese d'origine e l'ansia del silenzio, come del nostro paese futuro. Poiché è dai grandi silenzi dell'essere che noi veniamo. E verso le profondità misteriosamente tacite della verità noi camminiamo. E tutti abbiamo, in fondo al cuore, col richiamo del silenzio, il desiderio di essere più veri, e accoglienti, più intensi e più capaci di amare. Il desiderio che siano vere anche per noi le parole bellissime che Kierkergaard scrisse della donna che amava: "Una cosa trovai in lei sempre, una cosa che vale per me un elogio eterno: silenzio e interiorità".

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