Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

La solitudine

"Io alzo gli occhi verso i monti donde mi verrà l'aiuto?", dice il salmista (121).

Non c'è angoscia, infatti, che non trovi consolazione di fronte alle grandi opere della natura, che testimoniano, con la loro prospettiva fuori del tempo, l'esistenza di Dio.

Ma quanti di noi, anche costretti ad alzarsi all'alba, ne hanno mai goduto la sua penetrante bellezza? In quell'attimo sospeso in cui la notte cede al giorno - momento ideale per ricaricare il nostro spirito con pensieri sereni - ecco esplodere improvvisi e aberranti i rumori di questa civiltà fondata sull'alluminio sulla plastica e il cemento armato, e dove si ha fretta di sciamare freneticamente sulla superficie della vita alla ricerca della stessa cosa: il denaro.

Fatalmente, ci si mette tutti sulla stessa scia.
Si esce di corsa a prendere l'autobus o l'auto; la strada è ormai lo specchio di una società in cui ogni essere umano ha troppa smania di fare presto, per occuparsi degli altri. La giornata di lavoro trascorre in un clima di agitazione e di cronica preoccupazione.

Tornati a casa, dopo la squallida sequenza di "records" di velocità, infilati l'uno dopo l'altro, in un crescendo ossessivo, ci si mette davanti a quello che è ormai diventato l'altare di famiglia - il televisore - che ci riversa addosso un delirante "bailamme" di suoni e rumori da impedirci non solo di scambiare due parole, ma perfino di guardarci.

Forse c'è ancora qualcuno che ha avuto la saggezza di riempire questo tempo febbrile con un'autentica ragione di vita, dandogli cosé una misura più umana e creandosi il suo rifugio interiore. Ma, di solito, un tipo simile viene considerato uno stravagante, un asociale, nel migliore dei casi un romantico "Robinson" sopravvissuto a un'epoca morta per sempre. È vero: "Robinson" non troverebbe più posto in questo pianeta ormai senza segreti.

Neppure nel più sperduto angolo di terra, oggi si è più soli. Il mondo c'insegue e ci aggredisce dovunque, attraverso il telefono, la stampa, la rapidità supersonica dei mezzi di trasporto, le onde della radio e i satelliti artificiali che inviano immagini e notizie da un capo all'altro dei due emisferi.
Non c'è luogo che non sia esplorato, dove il silenzio non sia stato violato, dove il bisogno di appartarsi non venga negato dagli appannaggi di questa civiltà alienata e masochistica.
Oggi è tassativamente proibito essere soli. È il prezzo che l'uomo deve pagare per la conquista del benessere. Ma mai, come in quest'epoca in cui ha raggiunto tutto, perfino la luna, l'uomo si è sentito più solo.

Ci sono varie specie di solitudine: quella dei bambini e quella dei vecchi; quella degli adolescenti e quella coniugale; c'è la solitudine dell'abbandono e quella dell'attesa, spesso sterile e malinconica; e c'è, infine, quella dell'indifferenza, che è forse la peggiore, perché ci rende come automi in un mondo di ombre prive di umanità.

Ogni lotta sembra inutile: aderire a sodalizi e associazioni, partecipare a divertimenti di gruppo, affollare i luoghi di divertimento, accalcarsi nelle strade, non serve a nulla.

La solitudine è una nemica che divora le piccole gioie di ogni giorno, ci allontana da tutto ciò che conta e ci inasprisce avvelenandoci lo spirito come edera amara.

Come si può sconfiggere questa angosciosa situazione? Come è possibile evadere dal proprio io, quando è diventato simile a una prigione tutto specchi e senza finestre?

Per prima cosa accettandosi, facendo pace con sé stessi - paghi dei propri talenti e piantando nell'arido e frantumato deserto del nostro spirito i semi di un'evoluzione che non tarderà a dare frutti inaspettati.
"Sii solo - diceva Leonardo. - Sii solo e sarai tutto tuo".
Ma Leonardo era un genio e un genio non è mai solo, perché vive in compagnia della sua possente carica creativa.

Noi, persone comuni, dobbiamo fare i conti con i nostri limiti e contentarci del nostro piccolo posto nel mondo. E se non potremo mai dipingere "L'ultima Cena", né inventare l'aeroplano, possiamo arricchirci interiormente al punto da farne partecipi gli altri.

Realizzarci nel nostro lavoro, o nel compito che ci è stato affidato, attraverso una costante, appassionata applicazione, è già il primo passo.

La soddisfazione è il migliore antidoto all'inquietudine e all'angoscia.
Quell'angoscia esistenziale che può perfino spingere a drammatiche conseguenze e che fece dire a un grande scrittore americano degli Anni Venti: "Per la notte dello spirito, sono sempre le tre del mattino!".

Una volta placata la tempesta, attraverso un'armoniosa combinazione di volontà e ragionamento, conquisteremo l'equilibrio. Quella dote indispensabile per appartenersi moralmente e convivere serenamente con noi stessi. Dopo di che, potremo uscire dal nostro isolamento come larve dal bozzolo e tessere, con la prodigiosa strategia tipica del ragno, quella stupenda, impalpabile tela che è una vita ben vissuta.

Ci vorrà del tempo per imparare l'arte di vivere; ci saranno sconfitte e vittorie, ma, piano piano, ci accorgeremo quanto semplice possa essere accettare la vita giorno per giorno, come un dono di Dio, senza conflitti o secondi pensieri. Allora la città non ci apparirà più come "un popoloso deserto", i passanti non saranno più ombre frettolose e imbronciate e non considereremo più i momenti di raccoglimento come punti morti nell'estenuante lotta per la vita.
Ma la guarigione non sarà mai completa se non daremo un senso religioso alla nostra esistenza.
In che modo? Accostandoci a Dio col pensiero, le preghiere, le opere.

Solo Cristo può soddisfare il nostro intimo desiderio di comprensione e di conforto, penetrare i nostri pensieri più nascosti, capire i nostri sentimenti spesso inconsci. Renderci consapevoli di far parte di una umanità di fratelli. Volgendosi agli altri, secondo il precetto evangelico, si scoprirà profondità di realizzazione interiore sconosciute agli egocentrici e agli immaturi.

Ecco, abbiamo già fatto il primo passo. Abbiamo capito che sul mondo intero grava quel senso di solitudine cosmica che avvelena la nostra civiltà; ma sappiamo anche che la regola d'oro per salvare il nostro spirito in pericolo, stà in noi: alleggerire le nostre cure mondane con pause di meditazione capaci di donarci una durevole serenità; prodigarci per il prossimo, ma non accompagnarsi mai alla folla, dove non troveremo nient'altro che disperata smemoratezza e sovversione di valori.
Sollevarci su questo mondo devastato dall'odio e dalla fretta imparando a godere di ogni cosa, anche della propria solitudine che deve essere considerata un dono di Dio.

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