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"UN LIBRO DIVERSO NELLA BIBLIOTECA DELL'UMANITÀ"

I grandi libri dell'umanità sono numerosi. Tuttavia nessuna opera, antica o moderna, può venire paragonata alla Bibbia: essa ha una storia e uno scopo del tutto singolari.

Quando diciamo "Bibbia", usiamo una parola greca che significa "il libro" o "i libri" o "biblioteca".

Infatti, per gli Ebrei e per i Cristiani quest'opera è "il libro per eccellenza"; ai loro occhi riveste un'importanza unica e straordinaria perché lo considerano come divino: in esso trovano la Parola di Dio e la Storia di Dio nel Suo rapporto con l'umanità.

In questa rubrica d'informazione biblica potrete leggere un contesto biblico, le relative "osservazioni" sul medesimo, ed infine, una rubrica costituita da interessanti "puntualizzazioni" su parole o frasi.

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La torre di Babele

Testo biblico: GENESI capitolo undicesimo

"Tutta la terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, emigrando dall'oriente, gli uomini trovarono una pianura nel paese di Sennaar, vi si stabilirono e si dissero l'un l'altro: "Sù, facciamoci dei mattoni, e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro al posto della pietra e il bitume al posto della malta.
Poi essi dissero: "Sù, costruiamoci una città con una torre, la cui cima arrivi al cielo, e facciamoci un nome, per non essere dispersi sulla superficie di tutta la terra".

Ma il Signore discese per vedere la città con la torre che stavano costruendo i figli dell'uomo.
E il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio delle loro imprese: nessuno potrà impedire tutto ciò che hanno meditato di fare. Sù, discendiamo e confondiamo la loro lingua, cosicché essi non comprendano più la lingua l'uno dell'altro".
Il Signore li disperse di là sulla superficie di tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo il suo nome fu detto Babele, perché là il Signore mescolò la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse sulla superficie di tutta la terra.


I DISCENDENTI DI SEM:

"Questa è la discendenza di Sem: Sem aveva l'età di cento anni quando generò Arpaxsad, due anni dopo il diluvio; Sem, dopo avere generato Arpaxsad, visse cinquecento anni e generò figli e figlie. Arpaxsad visse trentacinque anni e generò Selach; Arpaxsad, dopo avere generato Selach, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie. Selach visse trenta anni e generò Eber; Selach, dopo avere generato Eber, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie. Eber visse trentaquattro anni e generò Peleg; Eber, dopo avere generato Peleg, visse quattrocentotrenta anni e generò figli e figlie. Peleg visse trenta anni e generò Reu; Peleg, dopo avere generato Reu, visse duecentonove anni e generò figli e figlie.

Reu visse trentadue anni e generò Serug; Reu, dopo avere generato Serug, visse duecentosette anni e generò figli e figlie. Serug visse trenta anni e generò Nacor; Serug, dopo avere generato Nacor, visse duecento anni e generò figli e figlie. Nacor visse ventinove anni e generò Terach; Nacor, dopo avere generato Terach, visse centodiciannove anni e generò figli e figlie. Terach visse settanta anni e generò Abramo, Nacor e Aran.


I DISCENDENTI DI TERACH:

"Questa è la genealogia di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran. Aran generò Lot. Aran poi morì, durante la vita di suo padre Terach, nella sua terra nativa, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; il nome della moglie di Abram era Sarài e il nome della moglie di Nacor era Milca, figlia di Aran, padre di Milca e di Isca. Sarài era sterile, non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot figlio di Aran, suo nipote, e Sarài sua nuora, moglie di suo figlio Abram, e li fece uscire da Ur dei Caldei, per andare nella terra di Canaan. Ma arrivato a Carran vi si stabilirono. Il tempo che Terach visse fu di duecentocinque anni, poi morì in Carran.

OSSERVAZIONI:

La torre templare di Babilonia portava il nome simbolico di "Entemenanki", cioè di "casa delle fondamenta del cielo e della terra". E il tempio ad essa collegato era detto "Esagìla", cioè "casa che alza la testa", volendo appunto "toccare il cielo".
L'autore biblico vede, perciò, nella torre di Babele il segno della sfida che l'uomo intende rivolgere al cielo, la sede divina. È, ancora una volta, il "peccato originale", il voler "essere come Dio". A questa sfida "verticale" si unisce quella "orizzontale" del dominio su tutte le nazioni, riducendole a un solo popolo e a una sola lingua.

Dio è rappresentato, allora, come un sovrano che scende dalla sua residenza celeste a ispezionare ciò che l'umanità peccatrice compie e a scardinarne i folli progetti. Egli "confonde" la lingua e "disperde" questa unità artificiosa.

L'autore biblico in questo modo spiega a livello popolare il nome "Babele" come derivante dal verbo ebraico "balal": "confondere", "mescolare" (v. 9). In realtà, "Babele" significa "porta di Dio", cioè città santa e grandissima.

Nel capitolo 10 si diceva che la pluralità razziale e culturale è voluta da Dio e può essere una ricchezza, se espressione di libertà.
Ma può essere anche - come avviene nel nostro racconto - frutto di un peccato, quello dell'orgoglio e dell'imperialismo, sconfitto da Dio.

Amata come soggetto di grande suggestione dalla storia dell'arte, la scena della "torre di Babele" è, quindi, da collegare alla serie dei quadri che la narrazione Jahvista ha distribuito nei primi 11 capitoli della Genesi sulla base del tema "peccato e castigo": il "peccato originale" (di cui abbiamo parlato nei capitoli 2-3), il "delitto di Caino" (di cui al capitolo 4), i "figli di Dio" uniti alle figlie degli uomini (di cui al capitolo 6:1-4), il "diluvio" (di cui ai capitoli capitoli 6-8), il "peccato di Cam" (di cui al capitolo 9:20-27).

Questo racconto esemplare ci ammonisce che Dio vuole l'unità dell'umanità da lui creata nella diversità, ma non tollera l'uniformità nell'oppressione. L'armonìa ritornerà nella Pentecoste quando tutte le nazioni e le lingue, pur diverse, si uniranno nella gioia di un'unica lode. L'evangelista Luca, infatti, nel capitolo 2 degli Atti degli Apostoli, vedrà, nell'esprimersi armonico di tutte le lingue del mondo a opera dello Spirito Santo, la restaurazione dell'unità umana perduta a Babele.

Eccoci ancora di fronte a una genealogia, dovuta alla narrazione Sacerdotale, rielaborazione di dati già incontrati nel capitolo 10, con l'apertura verso un nuovo orizzonte.

Si sta, infatti, delineando la discendenza di Sem, figlio di Noè e antenato di Abramo.
Il filo genealogico parte appunto da Sem, fa scorrere molti nomi già registrati nel capitolo 10, fissa poi l'attenzione su Serug, Nacor e Terach - che, tra l'altro, sono località vicine a Carran, di cui parleremo e approda ad "Abram, Nacor e Aran". La storia di Abramo è inserita nel grande fiume della storia dell'umanità.

A questo punto l'autore biblico sembra quasi restringere il suo obiettivo per fissare l'attenzione sulla famiglia di Terach, il padre di Abramo, il cui nome è ancora "Abram", in attesa della trasformazione in Abramo, che a suo tempo spiegheremo, come Sarài è ancora il nome di sua moglie, della quale si ricorda la sterilità, così da introdurre già ora indirettamente il tema della promessa di un figlio.
Entra in scena anche Lot, nipote di Abramo, la cui storia si intreccerà con quella dello zio.

Le due narrazioni, che hanno dato origine ai primi 11 capitoli della Genesi dal punto di vista esteriore, si distinguono anche sulla base di una differenza evidente.

Mentre la narrazione Jahvista ama i racconti, la narrazione Sacerdotale ricorre frequentemente alle genealogie. Già alla fine dei giorni della creazione si annotava: "queste sono le origini (in ebraico "genealogie") del cielo e della terra quando Dio li creò" (2:4a).
Nel capitolo 5 ci siamo poi incontrati con la solenne genealogia che partiva da Adamo per approdare fino a Noè. Nel capitolo 6 si presentava la genealogia di Noè: "Noè generò tre figli: Sem, Cam, Iafet" (v. 10).

La "tavola dei popoli" del capitolo 10 assomiglia a una grandiosa genealogia collegata ai figli di Noè. Ora si distende davanti ai nostri occhi la genealogia di Sem e quella più specifica di Terach, il padre di Abramo. C'è, quindi, come un grande fiume vivente che organizza la storia conducendola verso una méta.

La genealogia non è, perciò, un arido elenco di nomi ma è la preparazione del filo d'oro della salvezza che comincerà tra poco a snodarsi. Anzi, già ora si delinea la storia di una migrazione che poi verrà approfondita anche nel suo significato spirituale. Infatti nel v.31 si ha quasi la trama di un itinerario nelle sue varie tappe. Essa comprende una partenza da "Ur dei Caldei", la famosa capitale sumerica della Mesopotamia meridionale.

La sua ricchezza e la sua raffinatezza sono attestate dalla stupenda necropoli regale con tombe della I dinastia di Ur (3000-2500 a.C.). La partenza di Terach è, però, di molto posteriore, anche se non è possibile determinare coi dati biblici un'epoca precisa (si ipotizza tra il 1900 e il 1700 a.C.).

Il viaggio conosce una tappa intermedia a Carran: essa, però, per Terach si rivela quella definitiva perché egli morirà là, senza avere raggiunto la méta ultima di Canaan. Nodo carovaniero decisivo per Babilonia l'Anatolia e la Siria, Carran era sede del culto a una divinità lunare, chiamata "Sin". Ma, come si vedrà tra poco, il figlio di Terach non concluderà qui i suoi giorni. Sarà Dio stesso a fargli proseguire il cammino verso la méta ultima di suo padre, la terra di Canaan, che diverrà così la terra promessa da Dio.
La figura di Abramo rimarrà all'interno della Bibbia e della tradizione biblica come un grande segno di fede e il suo pellegrinaggio verso la terra di Canaan ne sarà quasi l'emblema.

La Lettera agli Ebrei canterà così il viaggio del patriarca biblico: "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa, abitando sotto le tende ..." (11:8-9).

PUNTUALIZZAZIONI:

  • Babele e Pentecoste.
    Nella tradizione biblica Babele è presentata come luogo e simbolo della dispersione degli uomini, origine di lotte etniche e di imperialismi destinati a creare barriere e ostacoli all'unità dei popoli (Sofonia 3:5-11).
    Nel Nuovo Testamento il giorno della Pentecoste presenta il ribaltamento di questa situazione. L'effusione dello Spirito Santo, infatti, permette di parlare e di professare la stessa fede in Cristo nelle varie lingue. In questo modo si attua il superamento dell'esperienza negativa di Babele (Atti 2:5-12).

  • Le lingue dell'antichità.
    Il racconto della torre di Babele si apre con l'affermazione che "tutta la terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole". Si vuole così indicare l'unione politica e religiosa di vari popoli retti da un governo centralizzato.
    In modo molto semplificato, potremmo dire che le lingue dell'antichità si presentano in questa successione:
    1. La lingua dei Suméri caratterizzata dalla scrittura cuneiforme, dal 3000 al 1800 a.C.;
    2. la lingua degli antichi Egizi che usava i - geroglifici (dal 3000 in avanti);
    3. le lingue dei Semiti tra cui l'ebraico e l'aramaico (dal 2000 a.C.);
    4. la lingua dei Greci che diverrà la lingua più diffusa del mondo antico, dopo le conquiste di Alessandro Magno (dal 300 a.C.).

  • Materiali da costruzione.
    La Mesopotamia era regione alluvionale, priva di legname, di pietra e di metalli. Si poteva disporre solamente di argilla, di canne e di bitume, che fornivano il necessario per erigere modeste abitazioni. Per la costruzione di mura, torri e templi il materiale edilizio era importato per lo più da Siria ed Egitto.

  • Ur, Abramo e la tradizione.
    La tradizione giudaica posteriore racconta che Abramo fu gettato in una fornace per il suo rifiuto di adorare degli idoli (come accadde ai tre giovani nel capitolo 3 del libro di Daniele). Ma Dio fece uscire indenne Abramo dal fuoco.
    Tale tradizione si appoggia sul gioco di parole tra il nome Ur e la parola aramaica "ur", che significa "fuoco".
    Dio, quindi, fece uscire Abramo da "ur", cioè dal fuoco. Il racconto di Abramo nella fornace è ripreso anche dal Corano e dalla tradizione islamica.

  • Serug, Nacor, Terach.
    Di questi personaggi parla solo la Genesi, ma i loro nomi sono identificabili con quelli di alcune località mesopotamiche: Serug (da Sarug, un villaggio siriano), Nacor (Nakhur, località della Mesopotamia, nominata sulle tavolette di Mari), Terach (nome di un villaggio mesopotamico).
    Anche il nome del patriarca Abramo (che significa "il padre (Dio) è esaltato") ricorre in testi babilonesi.

  • Sarài e Milca.
    Il nome Sarài significa "principessa" e Milca "regina". Entrambi i nomi si riferiscono al culto della déa "Ningal", consorte del dio-luna "Sin", adorato a Ur e a Carran. Non dobbiamo dimenticare che Abramo e il suo Clan erano pagani.

  • Abramo entra nella storia della salvezza.
    La genealogia di Genesi 11:10-32 presenta una linea ininterrotta che da Adamo conduce ad Abramo, indicando così l'unità della storia della salvezza. Con l'entrata in scena di Abramo, il racconto biblico si concentra sulla sua figura di antenato, padre e modello di fede per il popolo ebraico. Con lui ha inizio la cosiddetta "storia dei patriarchi".

  • "Ur dei Caldei".
    Questa città della Mesopotamia è stata riportata alla luce dagli scavi dell'archeologo Leonard Woolley negli anni 1922-1934. Il numero e la qualità degli oggetti scoperti e i resti delle grandi costruzioni hanno contribuito a far conoscere meglio la civiltà mesopotamica.
    Ur, sulla sponda dell'Eufrate, è fatta risalire al 4000 a.C. e si colloca al centro di una civiltà che ha conosciuto un grande splendore, testimoniato dai molti oggetti d'oro ritrovati nelle tombe e dalle grandi costruzioni a terrazze, le famose "ziqqurat".
    L'alto grado di civiltà di questa città, che risale a parecchi secoli prima di Abramo, ci ricorda che l'inizio della storia del popolo ebraico non si colloca in un'epoca primitiva ma nel contesto di un mondo già altamente civilizzato.
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