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Che cosa significò per Paolo l'essere cristiano?

Ai nostri giorni ritorna spesso sui giornali, sulle riviste, sulla televisione e nei circoli di conversazione, come pure internamente nel cuore di ogni cristiano, un problema che può sintetizzarsi in una domanda, che a volte suona quasi come un rimprovero, e cioè: "IN CHE COSA SI DISTINGUE UN CRISTIANO DA UN NON CRISTIANO?".

Anche l'apostolo Paolo ha sperimentato e vissuto questo problema. Ed ha voluto fissare questa sua esperienza nella Lettera ai Romani.

Il suo passaggio dal "non essere cristiano all'essere cristiano", gli significò il passaggio "dalla servitù" della Legge mosaica, "alla libertà" della Grazia di Dio in Cristo; da una ricerca nelle tenebre ad un conoscere in piena luce; da una vita in un mondo senza Cristo ad una vita con Cristo per Iddio (Romani 5:8-11).

L'andare a Cristo significò per lui, come per tutti i cristiani del suo tempo (e del nostro!), una fuga dal peccato (Romani 6:16-23).

Da buon fariseo Paolo era cresciuto con la mentalità che la Legge reggeva e dirigeva tutte le situazioni della vita quotidiana.
Ma liberato da questa mentalità poteva scrivere:

"Ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, talché serviamo in novità di spirito e non nel vecchio regime della lettera" (Romani 7:6).

La verità di Cristo non solo affranca l'uomo dal peccato, come ci ha affrancati dalla Legge, ma per giunta ha donato a noi, divenuti liberi, il privilegio di diventare figli di Dio ed eredi della gloria celeste.

Per Paolo questi privilegi contengono la ricchezza della vera vita.
Essere cristiano fu per lui un'obbligazione a Cristo, una partecipazione alla vita risorta e glorificata del Signore. Egli dice:

"La legge dello spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte ... e se Cristo è in voi ... lo spirito è vita a cagione della giustizia. E se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti, vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del Suo Spirito che abita in voi" (Romani 8:2-4,10-12).

L'adozione a figlio di Dio, ricevuta nel battesimo con il dono dello Spirito Santo, fu per Paolo un'obbligazione al Signore risorto, per cui la sua esistenza umana divenne più ricca e più profonda, al punto che, già su questa terra, egli si sentì unito con la vita nuova ed immortale del Cristo risorto.

Ebbe così la certezza che la sua obbligazione con Cristo, sarebbe sfociata nella gloria divina dell'aldilà. In Romani 8:17-18, egli afferma:

"E se siamo figliuoli, siamo anche eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con Lui, affinché siamo anche glorificati con Lui. Perché io stimo che le sofferenze del tempo presente non siano punto da paragonare con la gloria che ha da essere manifestata a nostro riguardo" (Romani 8:17-18).

Paolo ci insegna a vedere "l'essere cristiano" come una certezza di fede, che ci pone in comunione con Dio, che si esprime nella semplice preghiera a Dio, riassunta nella invocazione: "Abba, Padre" (Romani 8:15) e che si deve mostrare nella vita quotidiana come "un mortificare gli atti del corpo" ed un soffrire in unione con Cristo (Romani 8:13, 35-39).
Questo significò per Paolo essere cristiano!
Ed è in questo modo che noi, cristiani, dobbiamo continuare a vivere nel mondo la vita di Cristo!

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