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Gesù e il sabato

Un giorno, Gesù, superando la legalistica concezione giudaica del giorno del riposo, manifestò tutta la portata di una attività intesa in senso vocazionale, affermando che essa poteva esplicarsi, proprio per questa sua caratteristica, anche nel giorno messo a parte per le attività dello spirito.
E Gesù pronunciò allora le famose parole:

"Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato". (Marco 2:23).

Parafrasando queste parole di Gesù ed accennando ad uno dei più preoccupanti problemi che il mondo del lavoro è oggi chiamato ad affrontare (quello della meccanicizzazione). Forse oggi Gesù ci direbbe: "La macchina è fatta per l'uomo e non l'uomo per la macchina".

La macchina, nell'ordine tecnico, è il riflesso della ricchezza nell'ordine economico. Come quest'ultima è sempre di nuovo investita a produrre nuova ricchezza, così la macchina è impiegata a produrre oggetti, a loro volta impiegati a costruire macchine più perfette e potenti, che dominano sempre meglio e più profondamente la materia.

La macchina ha così iniziato quel processo di autogenerazione che più avanza più esercita il suo dominio non solo sul tempo e sullo spazio ma anche, e questo è estremamente pericoloso, sull'uomo.

La macchina, non solo violenta la materia, la riduce fluida o plastica, ottiene con processi diversi gli stessi prodotti della natura, sovrappone ad essi altri prodotti di origine e destinazione umane, ma violenta l'uomo assorbendolo in un ingranaggio che lo condiziona e dal quale difficilmente riesce a liberarsi.

Condiziona soprattutto il lavoro sopprimendo in lui ogni possibilità di iniziativa, costringendolo a subire il ritmo della macchina e ad essere dominato da essa. L'operaio, così, cessa di essere uomo e non è più, egli stesso, che una macchina; cioè una cosa atta a produrre.

Non vi è più, forse, il "sudore del volto", ma vi è l'automatismo dei movimenti, il ritmo ossessionante dei rumori, l'impossibilità di esprimere la propria personalità.

In tal modo il lavoro non soltanto non rappresenta una gioia, ma diventa arido, impersonale, ed è considerato solo per il salario che rende.

Esso diventa cioè fine e scopo a sé stesso. Non solo come fenomeno individuale, ma come fenomeno di massa, diremmo quasi di civiltà.

Di fronte a questo stato di fatto non possiamo dimenticare che il messaggio cristiano afferma che l'uomo non può né deve essere ridotto allo stato di cosa, di ingranaggio, di semplice strumento produttivo. In lui palpita e vive un'anima che ha diritto al suo respiro, che nessuna causa esterna può pretendere di legare alla materia. Che nessuna catena di montaggio deve rendere schiava.
A quanto abbiamo cercato di dire più sopra, deve quindi applicarsi il severo avvertimento dell'Evangelo:

"Che gioverà egli a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde l'anima sua?". (Matteo 16:26).
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