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Non mi vergogno!

L'apostolo Paolo scrivendo ai Cristiani di Roma dichiarò:

"Poiché io non mi vergogno dell'Evangelo, perché esso è POTENZA DI DIO PER LA SALVEZZA di ogni credente; del Giudeo prima, e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, secondo quello che è scritto: "Ma il giusto vivrà per fede"." (Romani 1:16-17).

Questa sua affermazione è tutt'altro che insignificante, poiché non soltanto la maggioranza degli Ebrei era accanitamente contraria all'Evangelo, ma egli stesso era stato per lungo tempo il condottiero della più accesa azione persecutrice: incatenando, battendo, imprigionando coloro che confessavano la propria fede in Cristo Gesù.

Quando Anania fu comandato di recarsi da Paolo - che allora si chiamava ancora Saulo - per dirgli ciò che doveva fare per essere salvato, replicò al Signore dicendo: "Io ho udito dire da molti di quest'uomo, quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. E qui ha potestà dai capi sacerdoti d'incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome" (Atti 9:13-14).

L'apostolo Paolo non si vergognò di abdicare agli incarichi che lo resero famoso negli ambienti farisaici dell'epoca, perché si accorse di essere nell'errore.
Cessò di essere un persecutore per divenire il maggiore perseguitato; smise di opporsi all'Evangelo per diventarne un predicatore ed un servo, al punto che gli amici di prima non esitarono a considerarlo ed a trattarlo come un traditore.

Paolo, persuaso dei suoi passati errori non indugiò nel fare la propria scelta; sempre coerente alla vocazione cui era stato chiamato, non lo smossero né le più accanite accuse, né le più severe persecuzioni; non lo impressionarono né le amarezze del ridicolo, né la grandezza del sacrificio. Logico quindi che egli affermasse: "Io non mi vergogno dell'Evangelo".
Sempre, dovunque e comunque, Paolo non dimostrò mai di vergognarsi dell'Evangelo.
Lo vediamo nella città di Gerusalemme, fra coloro che una volta erano suoi intimi amici e che divennero suoi acerrimi nemici; lo vediamo ad Efeso, presso il tempio della dèa Diana; poi a Corinto città corrotta, dove il vizio e la degenerazione morale non conobbero limiti, oppure in Atene, reputata culla del sapere, casa della filosofia, scuola di democrazia.

Mai, in alcuna circostanza, Paolo si vergognò dell'Evangelo.

Quando scrisse ai cristiani che abitavano nell'orgogliosa Roma, detentrice dello scettro dell'autorità sul mondo civile dell'epoca, dichiarò esplicitamente di non vergognarsi dell'Evangelo; e confermò questo suo irrinunciabile principio anche quando, pochi anni dopo e proprio a Roma, visse in prigione, continuando la sua opera divulgatrice del Vangelo.

Per questa sua incrollabile fede i nemici lo definirono "l'uomo che mette sottosopra il mondo".
Ma tutti coloro che parlavano o parlano di lui - amici o nemici - lo hanno sempre ammirato e lo ammirano per la sua lealtà e per la sua devozione alla causa cristiana di cui è stato insuperabile interprete e protagonista.

Dalla vita di questo grande uomo emerge una lezione dalla quale tutti dovremmo sentirci "pungolati" ed imparare quanto segue: Se una persona ha delle convinzioni tanto radicate al punto di essere sempre pronto a vivere ed anche a morire per esse, riscuoterà sempre l'unanime rispetto.

Esistono ancora oggi molte persone che ammirano profondamente la fede e la vita di Paolo, ma non hanno il coraggio di seguirne l'esempio, cioè quella virtù che lo rese un vero gigante tra i tanti "pigmei" di cui è disseminata l'umanità.

Esistono anche delle persone che si reputano troppo grandi, elevate ed importanti nella scala dei valori sociali al punto di rifiutare l'idea di divenire Cristiani.
Temono il disprezzo ed il ridicolo dei loro cosiddetti amici. Temono di dovere scendere dal piedistallo della loro alta posizione sociale.

Diventare cristiani non significa compromettere la posizione raggiunta e le amicizie, anche se qualcuno potrebbe meravigliarsi della nostra conversione e conseguentemente disapprovarla.

Se sapremo comportarci sempre da veri cristiani, il nostro buon esempio indurrà anche costoro ad una certa considerazione e ad un maggiore rispetto nei nostri riguardi. E se per la nostra obbedienza al Vangelo perderemo qualche amicizia, ne guadagneremo altre di maggior pregio.

Quale stimolo indusse Paolo ad essere così coraggioso? Che cosa lo rese così franco nel parlare?
Quale forza scaturì così imperiosa dalle sue convinzioni?

Lo dice lui stesso: "Io non mi vergogno dell'Evangelo perché ESSO È POTENZA DI DIO PER LA SALVEZZA"!

Ecco il segreto della forza di Paolo!
Egli sapeva che nell'economia giudaica non vi era alcuna capacità di salvare dal peccato.
Il vecchio ordine delle cose poteva essere valido per qualche tempo, ma non fu mai in grado di liberare dalla colpa del peccato.

Il prestigio dell'impero romano, con tutto il suo potere, non poté salvare alcuno dal peccato.
Soltanto Dio può perdonare appieno e l'Evangelo di Gesù Cristo è il solo mezzo tramite cui possiamo realizzare questa riconciliazione tra la creatura ed il Creatore!

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