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Reincarnazione

Domanda:

"Qualche settimana fa è stata tenuta nella città dove abito una conferenza sulla "reincarnazione". Incuriosito, vi ho assistito.
Mentre tornavo a casa in compagnia di alcuni che avevano ascoltato la conferenza, ci siamo messi a discutere sul tema trattato che io, come cristiano, non mi sentivo di condividere, sebbene non avessi argomenti validi per controbatterlo. Poiché le persone, a cui mi ero unito, erano dei simpatizzanti di un movimento "reincarnazionista", mi sono sentito dire che anche nella Bibbia, e precisamente nel racconto del "cieco nato", in Giovanni, ci sono tracce di credenza nella reincarnazione. È vero questo?".

Risposta:

L'apostolo Giovanni, narra nel suo Vangelo, al capitolo 9:1 e ss., che Gesù <passando, vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?>.

Questa domanda viene presa dai fautori della reincarnazione a sostegno della loro dottrina, perché dicono: se quel poveretto è nato cieco e se si dice che la sua cecità è conseguenza di un peccato che egli ha commesso, questo peccato non può essere stato commesso da lui che in una precedente esistenza.

Alcuni eminenti commentatori, del passo citato (come il Godet: Commento al Vangelo di Giovanni, in loco; Barnes: Note sul Nuovo Testamento, in loco) prospettano l'ipotesi che la metempsìcosi o, reincarnazione delle anime, non era, al tempo di Gesù, del tutto estranea all'insegnamento di qualche rabbino, pur ammettendo che non si trattò mai di un insegnamento diffuso tra il popolo ebraico. Ma sembra un'ipotesi molto azzardata e non suffragata da prove.

È certo, invece, che i rabbini di quel tempo, in ciò seguiti da tutto il popolo, ritenevano che la sofferenza fosse il castigo per qualche peccato occulto, (Luca 13:1-4), derivandola dalla dottrina della "rimunerazione", dei loro Libri Sacri, che lega il castigo alla colpa, come l'effetto alla causa. Nel Talmud Babilonese (Shabbat 55a), si legge: «Non vi è morte senza peccato, né castigo senza colpa».
Infatti, tra i rabbini e tra gli stessi giudei era comune l'idea sia che i figli fossero puniti per i peccati commessi dai genitori (Esodo 20:5; cfr. Tobia 3:3 - apocrifo) e che, pertanto, i loro difetti fisici fossero a questo attribuibili, e sia per l'altra idea che il bambino potesse peccare già nel grembo materno, o che fosse punito anticipatamente per i peccati che avrebbe commesso durante la vita.

Ai discepoli dovettero sembrare molto improbabili sia l'attribuire la disgrazia del cieco a un anticipato castigo dei suoi peccati e sia l'attribuirla a una conseguenza dei peccati da lui commessi nello stato embrionale, e dovette apparire contrario alla giustizia divina che il cieco nato soffrisse per i peccati dei suoi genitori (sebbene ciò potesse trovare un sostegno in Esodo 20:5).

Perciò, non trovando alcuna ragionevole spiegazione del fatto, chiedono a Gesù di risolvere il loro problema.

Gesù, nella sua risposta, non nega l'esistenza del peccato nel cieco nato e nei suoi genitori, ma non riconosce la necessità di una connessione morale tra peccato personale o familiare e la disgrazia che aveva colpito quell'uomo dalla nascita. E fa notare ai discepoli che essi avrebbero dovuto rivolgere la loro attenzione non al caso misterioso della sofferenza ma allo scopo per cui Dio la permette, e ai salutari effetti che da essa possono derivare: «Né lui peccò, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui» (Giovanni 9:3).

La sofferenza individuale non è spesso connessa, se non in senso molto generale, con il peccato collettivo dell'Umanità, e non dà ad alcuno il diritto di giudicare chi soffre. Essa però fa sempre parte dell'espletamento di una divina missione verso chi soffre, aiutandolo sia sul piano terreno che spirituale.
Come il male è all'opera sulla terra, cosi è all'opera Dio, il quale fa si che il male stesso divenga occasione di bene. Infatti, tutti quegli atti con cui la persona umana coopera all'adempimento della divina missione, rientrano in ciò che Gesù qui chiama «le opere di Dio».

Questo è il senso della domanda fatta a Gesù dai discepoli e della risposta da Lui data.

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