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Abramo: una fede impaziente

Se vogliamo conoscere noi stessi, dobbiamo dare anche uno sguardo al libro dei nostri antenati.
Se vogliamo dare significato alla nostra stessa fede cristiana, non dobbiamo fare altro che risalire al patriarca Abramo, da cui essa discende.
Per questo torniamo a parlare di lui ancora una volta.

Il più delle volte quest'uomo, Abramo, ci è presentato come un gigante granitico della fede, quasi come un uomo che non ha mai avuto dubbi di sorta o che ha "rischiato" sapendo in anticipo di "non rischiare niente".

La nostra è una fede che spesso è sottoposta a incertezze, a dubbi, a polemiche: è una fede che ci porta anche a fare scelte che poi nel tempo risultano sbagliate, proprio perché conseguenza di una fede erronea.
Ogni giorno camminiamo sulle strade della fede per incontrare Dio, ma viviamo "impazienti" nel desiderio - per usare un'espressione cara all'apostolo Paolo - di vederlo "faccia a faccia".

Capita spesso di trovare persone che hanno dubbi di fede e pensano di essere fuori strada. A nostro avviso, invece, si tratta di persone che sono cristianamente normali. Se non avessero incertezze nel cammino di fede, sarebbe un cattivo segno. Non sarebbero dei "credenti", ma semplicemente dei fanatici e come tali meno uomini e nient'affatto cristiani.

Anche Abramo, uomo di indubbia fede, non sempre ha visto tutto chiaro.
La Bibbia, molto realisticamente, ci dice che "Dio mise alla prova Abramo" (Genesi 22:1 ss.).
Nelle parole di Dio c'è la richiesta di un prezzo enorme: "prendi TUO figlio, il TUO UNICO figlio che AMI". Sembra proprio che Dio voglia far capire ad Abramo, senza equivoci, che gli stà chiedendo il "SUO tutto".

È vero che Abramo accetta l'ordine di sacrificare Isacco senza chiedere una spiegazione o senza tentare una mediazione, come invece aveva fatto per Sodoma e Gomorra, ma non è pensabile che abbia cominciato ad eseguirlo senza provare uno scossone.

Il dialogo che ha con il figlio, lungo la strada verso il monte, è di pochissime parole e la risposta che dà al figlio è più un'evasione che una risposta: segno di un dibattito interiore dai toni altamente drammatici.

Il suo "s�" - anche se assoluto e totale - non è per niente facile ad essere pronunciato. Certamente nel fatto cogliamo quanto è profonda la sua fede, ma non possiamo non pensare a quanto gli costa. Il suo strazio paterno supera la gamma tonale udibile e la Bibbia non lo registra, rispettosa di un dramma interiore così terribile.

Nella storia di quest'uomo ci sono altri momenti durante i quali la fede è "tentata". I punti caldi della sua alleanza con Dio sono la terra promessa e la discendenza. Abramo, nonostante la sua fede, non raggiunge mai il possesso della terra promessa. Egli cercherà di forzare i tempi del possesso, ma questo ci sarà soltanto con il popolo che ha fatto la dura esperienza dell'esodo dall'Egitto.

Si mette a scavare i pozzi (Genesi 21:25-33) e vuole anche averne una pubblica testimonianza da parte del re di Gerar. Pianta anche un bosco a Bersabea. Sono atti che, secondo il diritto antico, sanciscono un reale possesso di quella terra, come lo è l'acquisto di un terreno con una caverna per dare sepoltura alla defunta moglie Sara (Genesi 23:1-20).

Eppure, nonostante questi possessi acquisiti, egli continuerà - come pure i suoi discendenti per molto tempo - a restare un "senza patria". Sembra proprio che abbia voluto forzare i tempi di realizzazione della promessa, oppure che abbia fatto tali acquisti uscendo dall'ottica della fede.
Anche riguardo alla discendenza possiamo cogliere qualche abbaglio o qualche impazienza. Visto che il figlio tarda a nascere, accetta la soluzione "Agar", che gli darà un figlio, ma non certo quello della promessa.

E dopo la morte di Sara, con il solo figlio Isacco, si trastulla nel cuore quella promessa di essere "padre di molte generazioni". Crede di risolvere il problema sposando Chetura, dalla quale ha sei figli. La discendenza sembra uscirne rafforzata. Ma poi scoprirà che Dio è di un parere diverso e che la discendenza sarebbe stata "oltre la carne ed il sangue". È ad Isacco soltanto infatti che lascia tutta la sua eredità.

Sono peccati contro la fede?
Nessuno può qualificarli in maniera così negativa. Sono piuttosto eco di una fede che è impaziente, che ha pure le sue giornate nebbiose. Una fede, quella di Abramo, meravigliosa, ma non garantita "a priori" dal rischio di prendere "lucciole per lanterne".

È questo il bello dalla fede! Essa "ci possiede"; ma non ci schiavizza, non "ci secca" il cervello: ci lascia ampi margini di libertà personale, perché tende a farci più uomini e più responsabili. Un uomo-automa non sarà mai un credente. Una fede che non permette sbagli e dubbi è una fede malata.

Una fede senza stagioni invernali non ha radici e non ha nemmeno la possibilità di avere un domani. Ed è per questo che Abramo amiamo sentirlo come "nostro contemporaneo". La fede è paziente in modo assoluto. Ma finché è ospitata in uomini comuni come noi, avrà sempre alcuni spazi di impazienza, sulla quale Dio certamente non ha che da sorridere bonariamente, non ritenendo giusto per questo allungare la lista dei nostri peccati.

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