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Albert Schweitzer

Uscirono da scuola mentre nell'aria sfarfallavano i primi fiocchi di neve. A quella vista una gioia rumorosa percorse la turba vociante degli scolaretti, che si gettarono l'uno addosso all'altro, rotolarono in lotte rumorose, accaldati e felici.

Uno solo, Albert, rimaneva in disparte.
Erano tre anni che andava a scuola, ed era sempre lasciato in disparte. Perché era pallido, ma specialmente perché era "il figlio del pastore", cioè un "signorino", e vestiva meglio di tutti i figli dei contadini.

Quel cerchio di solitudine dava ad Albert una profonda tristezza. E quel giorno, vinto dalla gioia della neve sfarfallante, decise di romperla.

Si avvicinò a George Nitschelm, un ragazzotto dalla faccia rubiconda e dai muscoli solidi. Era più alto di lui, ma deponendo la cartella ai bordi della strada, Albert gli disse: "Voglio fare la lotta con te. E ti vincerò".
Quelle parole erano una dichiarazione di guerra. Ma Albert la guerra non la sapeva nemmeno dichiarare: le proninciò con un enorme sorriso cordiale, con gli occhi luminosi e sereni, come se avesse invitato George a mangiare i pasticcini.

Eppure George accettò la guerra.
Proruppe in un ululato di trionfo come se avesse aspettato da tanto tempo quell'occasione, si sputò sulle mani, e volgendo uno sguardo d'intesa al circolo di volti che faceva muro intorno gridò: "Vieni avanti, mio bel signorino. E preparati a piangere!"

Albert lo guardò desolato. Lui voleva un incontro amichevole. George invece voleva la guerra totale. Ma lui doveva finirla con quell'essere lasciato in disparte. E a costo di prenderle si scagliò, a testa bassa. Fu chiaro fin dall'inizio che Albert, campione in aritmetica, della lotta libera non sapeva un bel niente. Volò per terra due o tre volte alle finte ed agli sgambetti di George. Attorno, i contadinotti urlavano di entusiasmo. Ma il pallido "signorino", con le lacrime agli occhi, ogni volta tornava sotto. Per lui, ora, era questione di vita o di morte. E finalmente, evitando un ennesimo sgambetto, Albert riuscì ad avvinghiare George. Si strinsero a vicenda serrando i denti per lo sforzo, cercando di rovesciarsi. George non avrebbe mai creduto che in quelle braccia sottili ci fosse tanta forza. Ad un tratto cominciò ad ansimare. Non ce la faceva più. Ad un nuovo strattone perse l'equilibrio, e finì con entrambe le spalle a terra.

Albert lo guardò ansimando pure lui. Sul suo volto era ricomparso il sorriso cordiale, ed ora tendeva la mano al "nemico" vinto, per rimetterlo in piedi. Ma George rifiutò. Si tirò in piedi da solo, e con lacrime di rabbia gli gridò: "Se a casa mia ci fosse da mangiare come a casa tua, te ne avrei date tante da morire". E scappò via.

Albert rimase colpito da quelle parole come da una sassata. Girò intorno gli occhi. Anche gli altri, con il loro silenzio, dicevano che era così.
Allora di scatto afferrò la cartella e singhiozzando tornò di corsa a casa. A cena non toccò nulla: gli pareva di vedere i suoi compagni, seduti attorno a tavole su cui non c'era nulla da mangiare. Quel giorno aveva scoperto una cosa che lo riempiva di sgomento: la miseria.

La domenica successiva, per recarsi alla chiesa dove suo papà avrebbe diretto la riunione dei fedeli, Albert doveva indossare il cappotto nuovo. Ma per la prima volta s'impuntò. Non lo volle. Il babbo aveva fretta e stava per perdere la pazienza:
- Insomma, la vuoi fare finita con questi capricci? -
- Ma io il cappotto non lo voglio. -
- È perché è stato ricavato dal mio vecchio soprabito? -
- No papà. Non è per questo. -
- E allora? -
- Perché gli altri ragazzi non ce l'hanno. -
- Questo è un motivo che ti fa onore. Ma io sono il pastore, e non voglio che la gente pensi che non ho i soldi per il cappotto di mio figlio. Mettitelo. -
Come parlare al muro.
- Allora rifiuti di ubbidire a tuo padre? -
- Io non rifiuto di ubbidirti, papà. E che non voglio portare il cappotto. -
- Sai che cosa sono obbligato a darti allora? -
- Sì -.
Albert si prese uno dei primi scapaccioni paterni, andò in chiesa senza cappotto, come gli altri ragazzi. Per tutte le domeniche di quell'inverno, tra cappotto e scapaccione Albert Schweitzer scelse lo scapaccione. Ma il babbo aveva capito la bontà di suo figlio, e nelle ultime domeniche dell'inverno lo schiaffone era diventato leggero come una carezza.

Nell'estate Albert accompagnò per la prima volta il papà a Colmar. Camminando per una strada accanto ai giardini pubblici, ad un tratto si fermò e additò al babbo una statua. Era la "testa di giovane negro" del Bartholdy, l'autore della "statua della libertà" di New York. Rappresentava un negro forte e dignitoso, ma dagli occhi terrorizzati.
- "Perché quel negro ha paura, papà?" -
- "È un negro del Gabon, il paese più desolato del mondo. Quelli che vi nascono sono la gente più povera e miserabile della terra" -.

A 22 anni Schweitzer si laureò in teologia all'Università di Strasburgo. Un anno dopo conseguì la laurea in filosofia. Intanto era diventato uno degli organisti più celebri d'Europa. La sua salute era robusta, la forza di volontà enorme: riusciva a condurre avanti in maniera brillante gli studi e a dedicare parecchie ore ogni giorno all'organo, per preparare i concerti.

La mattina della domenica di Pentecoste, Albert Schweitzer fu destato dalle campane.

- "Immobile, ascoltai quei suoni insieme con la voce della mia intima felicità" - scrisse. - "I miei sogni più luminosi si erano avverati. La vita si apriva meravigliosa davanti a me. Ma subito il mio pensiero si rivolse ai molti uomini, ai troppi uomini che non possedevano nulla ... Mi tornarono in mente le parole di George Nitschelm: - "Se a casa mia ci fosse da mangiare come a casa tua ..." -, "le parole di mio padre davanti ad una statua di negro: "La gente più povera e miserabile della terra ...".
Quella mattina Albert Schweitzer, con calma e lucidità, prese una decisione: per altri sei anni avrebbe continuato a dedicarsi alla musica ed alla scienza. Poi avrebbe lasciato tutto, e si sarebbe recato in un paese miserabile per dedicare la vita ai suoi fratelli più disgraziati. In quei sei anni avrebbe ricercato il paese della miseria più profonda, la sua futura patria. Era la Pentecoste del 1899.

Nel 1948, Schweitzer tornò in Europa. Passò ancora una volta tra le città ridotte a cumuli di macerie, tra i sopravvissuti sconvolti. Parlò di Lambarene e del "rispetto della vita". E fu in quell'occasione che il mondo "scoprì" Schweitzer.

Gli uomini che avevano pensato per cinque anni ad uccidersi, rimasero colpiti, incantati davanti a quel vecchio che in quegli anni aveva pensato a salvare, a guarire, in una regione sconosciuta e lontana.

L'Università americana di Harvard lo invitò per un ciclo di conferenze, ed al termine di esse Albert Einstein lo definì "il più grande uomo vivente".

Nel 1949 "Life", la celebre rivista americana, gli dedicò la prima copertina dell'anno, chiamandolo "l'uomo più grande del mondo".
Nel 1952 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace.
Da quel giorno Schweitzer non riuscì più a contare le onorificenze, i premi, le lauree "ad honorem" che gli furono assegnate.
Ma ciò che più consolò Schweitzer fu l'arrivo continuo di giovani europei ed americani che venivano a regalare due, tre, cinque anni della loro vita ai suoi lebbrosi ed ai suoi malati.

Era vecchio ormai. Non operava più. Ma passava per i capannoni che si erano moltiplicati, tra i 3.500 malati che il suo ospedale ospitava in continuazione, a sorridere, a dire una parola di conforto, a fare una carezza.
Si soffermava a lungo tra gli animali che vagavano in piena libertà attorno all'ospedale. Le piccole antilopi lo spingevano gentilmente con il muso reclamando le sue carezze. I gatti salivano sul suo tavolino ad annusare il vasetto dell'inchiostro e i fasci di lettere. Un vecchio pellicano lo salutava con acute strida, e aspettava le sei di sera per montare di guardia davanti alla sua porta.

Ora Lambarene era conosciuta in tutto il mondo, era quasi diventata una méta turistica. Quelli che sbarcavano dai jet supersonici all'aeroporto costruito nelle vicinanze venivano a vedere un patriarca, che aveva vissuto solo per il suo prossimo più povero e più abbandonato.

Morì così, Schweitzer, il 4 settembre 1965, tra i suoi ammalati, i suoi bambini, i suoi animali. Aveva novant'anni. E aveva insegnato agli uomini a volersi bene!

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