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"Beati..."
Il ministerio di Gesù, sin dall'inizio si è manifestato sia con la parola come con l'azione, sia con
la predicazione come con i miracoli. E l'evangelista Matteo, dopo averci detto che "Gesù andava attorno per tutta la Galilea,
insegnando nelle sinagoghe e predicando l'Evangelo del regno, sanando ogni malattia ed ogni infermità fra il popolo"
(Matteo 4:23), ci introduce a quegli eccelsi ammaestramenti che ci sono stati tramandati dal "Sermone sul monte":
"E Gesù, vedendo le folle, salì sul monte; e postosi a sedere, i suoi discepoli si accostarono a lui. Ed egli,
aperta la bocca, li ammaestrava dicendo: Beati ..." (Matteo 5:1-2).
La nostra mente rievoca subito la scena idilliaca immortalata dalla iconografia religiosa: una serena giornata di
sole, le verdeggianti pendici di un colle, in lontananza il lago di Genezaret, Gesù nell'atto di parlare, accanto a lui i discepoli
e tutto intorno una folla intenta ad ascoltare.
Ma noi, come ascoltiamo le parole di Gesù? Come i discepoli, o come coloro che ascoltano forse con interesse, ma
poi riprendono il loro cammino come se nulla avessero udito?
Comunque, quale che sia il nostro atteggiamento, non possiamo non essere colpiti dalla prima parola che Gesù
pronuncia: "Beati ...".
Sappiamo noi comprendere nel giusto significato questa proclamazione?
Quando diciamo "beati" pensiamo a coloro che sono in cielo o a coloro che vivono su questa terra distaccati da essa in stato
di quasi incoscienza?
"Beato lui", "beati loro" diciamo con accento di sufficienza, se non in senso ironico e dispregiativo.
Non così per gli ascoltatori di Gesù. Il linguaggio del libro dei Proverbi e, soprattutto, quello dei Salmi, aveva insegnato
agli israeliti che la beatitudine è per coloro che vivono conformemente alla legge di Dio:
"Beato chiunque teme l'Eterno e cammina nelle sue vie" (Salmo 128:1).
"Beati coloro che osservano ciò che è prescritto" (Salmo 106:3).
"Beati quelli che sono integri nelle loro vie, che camminano secondo la legge dell'Eterno ..., che osservano le sue testimonianze,
che lo cercano con tutto il cuore" (Salmo 119:1-2).
"Beato colui la cui trasgressione è rimessa ed il peccato è coperto" (Salmo 32:1).
Ma se il "Sermone sul monte" si apre con una dichiarazione che corrisponde alla forma tradizionale
dell'insegnamento dell'Antico Testamento, la beatitudine proclamata da Gesù ha un contenuto che contrasta con ogni logica umana,
anche religiosa.
Le beatitudini del "Sermone sul monte" hanno una carica esplosiva che capovolge completamente il nostro
modo di pensare e di agire. Esse ci additano le fonti della felicità su di un cammino considerato assurdo dal nostro buon senso,
ma ci additano anche quella felicità che è già un segno del futuro avvento Regno di Dio.
Tutto il "Sermone sul monte", ed in modo particolare le "beatitudini" ci pongono nella prospettiva del Regno di Dio.
Il che non significa nella prospettiva di un Regno dell'"aldilà", o dei "cieli", ma nella prospettiva di un Regno che
deve attuarsi sulla terra (la sua fase storica con la Chiesa).
Le "beatitudini" infatti, pur nella loro tensione escatologica (cioé delle "cose ultime"), proclamano
solennemente la possibilità e la concretezza di una felicità che può essere conseguita già ora da coloro che
ne realizzano lo spirito.
Le "beatitudini", sono la proclamazione della legge di quel "Regno" che è ad un tempo
presente e futuro, accordato e promesso; di un Regno, cioè, destinato a diventare per noi realtà viva.
"Beati", infatti, sono coloro che, orientati verso le realtà proclamate e rivelate dal
"Sermone sul monte", affrontano la loro situazione di umana indigenza non subendola ma superandola nella visione e nella
speranza del Regno.
"Beati", perché hanno l'intelligenza delle cose dello spirito, perché hanno sete di verità
e di giustizia, perché attingendo alla fonte di Dio sono in grado di comprendere la finalità della vita umana.
"Beati", perché non confidano in ciò che passa, ma tendono verso le cose vere e durature.
Ma chi sono i "beati", i quali vedono il Regno di Dio ed ai quali tale Regno è donato?
Ce lo dicono le due strofe che costituiscono le "beatitudini" come ci sono state tramandate dall'evangelista
Matteo. E queste due strofe corrispondono a due gruppi di persone.
La prima strofa indica, in generale, coloro che sono mancanti di qualcosa: "i poveri in ispirito", "coloro che fanno
cordoglio", i "mansueti", quelli che sono "affamati ed assetati di giustizia" (vv. 3-5).
La seconda strofa indica coloro che realizzano un determinato modo di vivere e di essere: "i misericordiosi", "i puri di
cuore", "quelli che si adoperano alla pace", "gli oltraggiati a motivo di Cristo stesso".
E se la beatitudine può essere realizzata in una delle situazioni espresse dalla prima strofa, essa richiede
una sincera tensione spirituale ed una attiva disponibilità verso tutto quanto è espresso nella seconda strofa.
Perché non si può essere misericordiosi, e non adoperarsi per la pace; non si può essere puri di
cuore, misericordiosi e pacifici e non essere disposti ad accettare il vituperio degli uomini a motivo di Cristo. Le beatitudini,
cioè, proponendoci il grande paradosso della vita cristiana, esprimono, alla soglia dell'Evangelo, l'esperienza fondamentale dei
credenti che l'apostolo Paolo affermerà con grande efficacia nella sua seconda lettera ai Corinzi:
"Tenuti per seduttori, eppur veraci; sconosciuti, eppur ben conosciuti ...; contristati, eppur sempre allegri;
poveri, eppure arricchenti molti; non avendo nulla, eppur possedendo ogni cosa" (2Corinzi 6:8-10).
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