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Il brivido del Messia

La Bibbia non ha eguali come "best-seller".
È tradotta in quasi 1300 lingue (compreso il dialetto romanesco).
Ma in questo capolavoro l'aspetto più sorprendente non è quello letterario, bensì quello profetico.

Citiamo qualche esempio.
Iddio promette ad Abramo: "La tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo e come la rena del mare. In te saranno benedette tutte le nazioni della terra".
Una promessa questa che, se considerata razionalmente, rasenta la follia.
Eppure ... a 44 km da Gerusalemme, presso Hebron, sorge quella che, è chiamata la tomba di Abramo. Non ci interessa in questo momento discutere l'attendibilità di quel sepolcro. Ciò che importa è che quel luogo è sacro per gli ebrei, per i musulmani, per i cristiani: complessivamente oltre due miliardi di uomini, che riconoscono in Abramo il modello di colui che crede e spera contro ogni speranza.

Un altro risvolto riguarda la granitica sicurezza che il popolo ebreo ha di adempiere ad un ruolo mondiale. Un trascurabile gruppo etnico, economicamente povero, vale a dire con similitudine: "un vaso di creta tra vasi di ferro".
Eppure il profeta Isaia annuncia che un misterioso personaggio d'Israele è destinato ad essere "luce delle nazioni". E questo è uno dei tanti passi messianici.

Gerusalemme, piccolo villaggio contadino, deve diventare capitale a livello mondiale. È anche questo un pronostico temerario, se si confronta quel modesto centro palestinese con i potenti sette colli di Roma. Eppure se Roma oggi riveste un ruolo internazionale non è certo per l'archeologico ricordo degli imperatori Augusto e Traiano, ma per i suoi intrecci con il personaggio di Cristo.

Al buon senso appariva più realistico che il Messia dovesse ripristinare il Regno d'Israele. E invece Cristo è diventato veramente "luce delle nazioni", non sotto il profilo politico sognato dall'ambiente giudaico, ma sotto l'aspetto spirituale.

Il profeta Ezechiele annunzia che il nuovo gregge non sarà formato di soli israeliti, ma sarà scelto tra tutte le nazioni e con criteri di misericordia: "Io stesso - dice il Signore - farò pascere e farò riposare il mio gregge. La pecora perduta, io cercherò; quella che si sarà allontanata, la farò tornare; quella malata, la fortificherò; quella che ha un piede spezzato, la fascerò".

Oltre alle molte profezie, che tracciano in anticipo la biografia del Messia, c'è una strana, che sembra contraddittoria.

Da una parte il Messia è annunciato come uomo di immensa gloria. Dall'altra Isaia, al capitolo 53, lo descrive come "l'uomo dei dolori, familiare con la sofferenza, tanto che davanti a lui ci si nasconde la faccia, disprezzato, umiliato, più simile ad un verme (?) che ad un uomo".
Ma la contraddizione si scioglie, se si pensa a questa valutazione del rabbino ebreo Eugenio Zolli, con cui parlai molti anni fa, mentre eravamo alla scuola biblica, e che poi si convertì al cattolicesimo; egli disse: "L'Antico Testamento mi parve come un divino telegramma cifrato. La cifra di lettura è Cristo, e alla sua luce prende significato il brivido messianico, che percorre tutto l'Antico Testamento".

Tornando al pensiero di Isaia, Cristo è l'uomo dei dolori, che ha preso sulle sue spalle le miserie dell'uomo corrotto. Ma è anche il trionfatore della morte e del tempo. Egli ha sfidato i secoli affermando: "Le mie parole non passeranno"!

Questa breve frase, che si trova nel capitolo 24 del Vangelo di Matteo, trova la sua realizzazione obiettiva per testimonianza degli stessi razionalisti non credenti.

Il grande filosofo italiano, Benedetto Croce, ostile ad ogni religione che non fosse quella della libertà, ha scritto: "Il cristianesimo è la più grande rivoluzione che la storia abbia conosciuto".

E Paul Louis Couchoud, che nega persino l'esistenza storica di Cristo, riconosce che tutto ciò che c'è di buono in Occidente è fiorito all'ombra della croce.

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