Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

"AI PIEDI DEL MAESTRO"

Il nostro Maestro è Gesù!
E questa dichiarazione non viene dagli apostoli.
Essa viene direttamente da Cristo, che appunto disse: "UNO SOLO È IL VOSTRO MAESTRO". Lo disse ed ebbe il diritto di dirlo. I discepoli, che vissero con Lui, riconobbero che Egli era il Maestro per eccellenza: "Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna" (Giovanni 6:68).

Anche noi, che siamo stati e siamo tuttora alla scuola del Vangelo, possiamo dire, parafrasando quanto Gesù disse di sé "Uno solo è il nostro Maestro": LUI!

"Beati quelli che fanno cordoglio"

La sofferenza non è buona in sé. Le lacrime - anche se possono esservi lacrime di gioia - denunciano quasi sempre una condizione anormale della nostra vita.

Il cordoglio, è un segno del dolore per qualcosa che ci è venuta a mancare.

Eppure, la seconda beatitudine proclama:
"Beati quelli che fanno cordoglio perché essi saranno consolati" (Matteo 5:4).

Cosa vuol dirci questa beatitudine che sembra contrastare non solo con la nostra esperienza, ma anche con la nostra concezione della vita?

Potremmo affermare che coloro i quali non hanno mai pianto, non sono nelle condizioni di comprendere le benedizioni che vengono dal soccorso divino.

Una malattia, una sconfitta, un dolore, ci rivelano tutta la fragilità della nostra esistenza, ci mostrano la relatività delle sicurezze umane, ci fanno comprendere la profonda realtà dell'esperienza espressa da S.Agostino con le famose parole: "Il nostro cuore è inquieto finché non si riposa in te, o Dio".

Il dolore, accettato con fiduciosa umiltà, produce sempre una luminosità che irradia una benefica influenza.

Non vi è mai accaduto, caro amico, di ricevere un messaggio di serenità, persino di conforto, proprio dalle labbra di una persona sofferente alla quale vi eravate avvicinati per esprimere la vostra umana simpatia, di essere confortati da chi pensavate di dover confortare?
A noi è accaduto molte volte.

Fonte di beatitudine può essere il dolore sul nostro peccato.

Non il dolore fatto di cupa disperazione, ma il dolore che sgorga dal pentimento e che ci fa esclamare come il pubblicano della parabola:

"O Dio sii placato verso me peccatore" (Luca 18:13).

Dolore al quale non manca mai di fare riscontro la parola della divina misericordia espressa dal Salmista:

"Beato colui la cui trasgressione è rimessa ed il cui peccato è coperto" (Salmo 32:1).

E Gesù stesso così esorta: "Figliuolo, sta di buon animo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (Matteo 9:2).

Così, il nostro pianto sulle sofferenze del nostro fratello, il pianto sul dolore del mondo, il pianto su tutto quanto è vittima dell'umana ingiustizia; dell'umana prepotenza ed egoismo; dell'umana violenza sopraffattrice, è sempre pianto benedetto perché indice di sensibilità e di solidarietà; è un pianto che attende consolazione.

Il significato della seconda beatitudine è infatti soprattutto nella consolazione che Dio reca e che ci è annunziata da tutta la Scrittura.
La beatitudine stà nell'essere consolati, nell'essere l'oggetto della consolazione divina.

Per questo, anche nelle prove più dure, nelle sofferenze che tormentano il corpo o turbano lo spirito, il credente può ripetere con l'Apostolo Paolo:

"Benedetto sia Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione" (2Corinzi 1:3-4).

E l'apostolo aggiunge: "... affinché mediante la consolazione onde noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione" (2Corinzi 1:4b).

Ed anche in quest'azione consolatrice, vi è una fonte di beatitudine.

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