Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

Il dolore del fratello domanda silenzio

C'è un voler consolare che non consola.

Ce ne siamo resi conto talvolta vedendo persone che, in visita a qualcuno malato o colpito da lutto, moltiplicavano le parole per cercare di consolare.

Sul volto di coloro che erano nel dolore non abbiamo visto la consolazione, ma il fastidio. E ciò anche quando si trattava di parole devote, ruotanti attorno alla "volontà di Dio" e alla "rassegnazione cristiana".

Il dolore non è oggetto di conversazione, neppure di conversazione religiosa.

L'atteggiamento richiesto da chi si trova di fronte al suo mistero è il silenzio.

La disgrazia toglie le parole di bocca. È l'esperienza che fanno i tre amici di Giobbe:

"La notizia di tutti i mali che avevano colpito Giobbe giunse ai suoi tre amici. Partirono ciascuno dal proprio paese; insieme decisero di andare a compiangerlo e a consolarlo. Di lontano, fissando gli occhi su di lui, non lo riconobbero. Allora scoppiarono in singhiozzi. Ognuno strappò il suo vestito e gettò polvere sulla propria testa. Poi si sedettero a terra e restarono così per sette giorni e sette notti. Nessuno, allo spettacolo di un così grande dolore, gli rivolse la parola". (Giobbe 2:11-13).

Di fronte al sofferente bisogna accettare anzitutto di "perdere" la parola, perseverando solidalmente muti nell'inconsolabilità.

Solo quando il flutto di dolore è salito alla gola e si rischia a propria volta di annegare, può sgorgare la parola giusta, il gesto opportuno che suonano come liberazione.

Anche colui che và a consolare il fratello in nome di Cristo deve rinunciare ad un bagaglio previo di cose da dire, alle frasi già confezionate.


L'esempio di Gesù il quale:

"PASSÒ FACENDO DEL BENE E GUARENDO" (Atti 10:38).

Che cosa aveva da dire Gesù a tutti coloro che giacevano ai margini della società civile e religiosa del suo tempo - minorati, malati, peccatori, fuorilegge in genere - e facevano ressa attorno a lui?

Egli non giudica come invece facevano i rappresentanti della Legge. Per costoro il peccatore è un uomo degradato, di cui bisogna evitare il contatto; il minorato e il malato sono dei colpiti da Dio, degli esseri anormali che disgregano il tessuto sano della comunità.

Gesù, invece, situandosi dalla parte di Dio, comprende in maniera diversa la condizione di questi uomini. Egli vede il peccato, la malattia e la morte come realtà comunicanti fra loro e congiuranti contro l'uomo. Dio, il Signore della vita, ha però intrapreso da tempo un'opera di salvezza con cui tende a liberare l'uomo dal dominio delle forze del male.

La creatura debole, esposta a tutti gli assalti, e da Lui protetta in maniera particolare.

E Gesù, che sà di portare a compimento l'opera di Dio, dichiara di essere il medico "di cui hanno bisogno i malati, non i sani!".

Chiesa di Cristo - Ferrara © , Diritti Riservati