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Il dolore del fratello domanda silenzio
C'è un voler consolare che non consola.
Ce ne siamo resi conto talvolta vedendo persone che, in visita a qualcuno malato o colpito da lutto,
moltiplicavano le parole per cercare di consolare.
Sul volto di coloro che erano nel dolore non abbiamo visto la consolazione, ma il fastidio. E ciò
anche quando si trattava di parole devote, ruotanti attorno alla "volontà di Dio" e alla "rassegnazione
cristiana".
Il dolore non è oggetto di conversazione, neppure di conversazione religiosa.
L'atteggiamento richiesto da chi si trova di fronte al suo mistero è il silenzio.
La disgrazia toglie le parole di bocca. È l'esperienza che fanno i tre amici di Giobbe:
"La notizia di tutti i mali che avevano colpito Giobbe giunse ai suoi tre amici. Partirono ciascuno dal
proprio paese; insieme decisero di andare a compiangerlo e a consolarlo. Di lontano, fissando gli occhi su di lui, non lo
riconobbero. Allora scoppiarono in singhiozzi. Ognuno strappò il suo vestito e gettò polvere sulla propria testa.
Poi si sedettero a terra e restarono così per sette giorni e sette notti. Nessuno, allo spettacolo di un così
grande dolore, gli rivolse la parola". (Giobbe 2:11-13).
Di fronte al sofferente bisogna accettare anzitutto di "perdere" la parola, perseverando
solidalmente muti nell'inconsolabilità.
Solo quando il flutto di dolore è salito alla gola e si rischia a propria volta di annegare,
può sgorgare la parola giusta, il gesto opportuno che suonano come liberazione.
Anche colui che và a consolare il fratello in nome di Cristo deve rinunciare ad un bagaglio previo
di cose da dire, alle frasi già confezionate.
L'esempio di Gesù il quale:
"PASSÒ FACENDO DEL BENE E GUARENDO" (Atti 10:38).
Che cosa aveva da dire Gesù a tutti coloro che giacevano ai margini della società civile e
religiosa del suo tempo - minorati, malati, peccatori, fuorilegge in genere - e facevano ressa attorno a lui?
Egli non giudica come invece facevano i rappresentanti della Legge. Per costoro il peccatore è un
uomo degradato, di cui bisogna evitare il contatto; il minorato e il malato sono dei colpiti da Dio, degli esseri anormali che
disgregano il tessuto sano della comunità.
Gesù, invece, situandosi dalla parte di Dio, comprende in maniera diversa la condizione di questi
uomini. Egli vede il peccato, la malattia e la morte come realtà comunicanti fra loro e congiuranti contro l'uomo.
Dio, il Signore della vita, ha però intrapreso da tempo un'opera di salvezza con cui tende a liberare l'uomo
dal dominio delle forze del male.
La creatura debole, esposta a tutti gli assalti, e da Lui protetta in maniera particolare.
E Gesù, che sà di portare a compimento l'opera di Dio, dichiara di essere il medico
"di cui hanno bisogno i malati, non i sani!".
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