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L'evidenza dei fatti

Certi critici razionalisti sostengono che i quattro Vangeli sono il condensato di fede di qualche comunià di fanatici.

La risurrezione di Cristo, che è il muro portante di tutto l'edificio, non sarebbe altro che l'invenzione assurda di alcune donne isteriche e deliranti.
Ma tale spiegazione non regge al piccone della critica.

Cominciamo proprio dal cuore del Vangelo, che è la morte e la risurrezione di Gesù per la salvezza del mondo.

Gli apostoli, che erano angosciati dalla tragedia e sgomenti per il venerdì santo, furono i primi a sorridere ironicamente, quando Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo annunziarono che il sepolcro era vuoto.

Essi non credono a quelle donnicciole fanatiche e parlarono subito di delirio. Successivamente dovettero arrendersi all'evidenza dei fatti.

Ci sia consentita un'osservazione storica. Se i Vangeli fossero favole, gli inventori non avrebbero mai fatto apparire il Signore risorto ad un gruppo femminile, perché nel contesto ebraico la testimonianza di una donna non rivestiva alcun valore. L'episodio gode dunque di veracità per logica interna.

Del resto se le cose non fossero state vere, potevano essere smentite dai nemici dei cristiani. Lo stesso Renan, che pure non crede alla divinità di Cristo, fa osservare che la famiglia sacerdotale di Anna e Caifa, che aveva organizzato la macchinazione per l'esecuzione capitale di Cristo, mantenne a lungo il bastone del comando e avrebbe potuto confutare i fatti.

Un'altra considerazione critica. Giulio Cesare è stato il cronista di sé stesso e ha scritto il "De bello gallico", nel quale descrive la sua guerra vittoriosa contro i Galli. Ma i Galli erano stati annientati e non potevano testimoniare contro di lui. Invece i nemici di Cristo erano vivi e vegeti.
Dunque i Vangeli meritano più fede che non il libro di Giulio Cesare.
La veracità dei Vangeli trova riscontro in una miriade di aspetti. Vediamo appena alcuni risvolti.

Pietro è il punto di riferimento della primitiva comunità, la colonna della fede. Eppure i cronisti della vita di Gesù non si peritano di descrivere il suo triplice tradimento.
L'episodio è tanto più vergognoso, in quanto Pietro rinnegava il Maestro non tra i tormenti atroci, ma davanti ad un fuocherello acceso durante la notte nel cortile del tribunale, ove si consumava il più triste verdetto della storia.
Se i Vangeli fossero nati dalla fantasia creatrice di qualche gruppo fanatico, gli autori non avrebbero certo posto in luce così poco favorevole il loro capo. I peccati mortali di Pietro sono un indizio di autenticità.

Ma anche i suoi amici non fanno figura più bella. Gesù stigmatizza la loro lentezza nel credere, mentre essi si perdono in litigi, intrighi, giochi di carriera. Altra spia di sincerità nel racconto.

Al di sopra degli apostoli c'è Cristo. Un racconto mitologico lo avrebbe dipinto come un trionfatore. Del resto l'attesa messianica degli israeliti puntava verso un liberatore, che avrebbe restituito al mondo ebraico l'egemonia politica.
Ed invece Gesù è descritto nella debolezza di chi suda sangue per l'angoscia di una morte terribile. Si dichiara inferiore al Padre e asserisce di non conoscere la fine del mondo, ponendo in difficoltà il teologo.
Ecco altrettante prove che i Vangeli non sono invenzioni fantasiose, ma custodiscono un blocco di ricordi fedelmente difesi contro ogni tentativo di "pettinare" i testi e di manipolare il racconto.

Qualche incredulo ostinato insiste: se Cristo è veramente risorto, perch$eacute; non è apparso a Pilato o ai sommi sacerdoti?
L'interrogativo si ritorce come un "boomerang" contro gli increduli e conferma l'attendibilità dei Vangeli.

Se gli evangelisti raccontassero favole, avrebbero potuto benissimo inventare apparizioni trionfanti del Risorto a Pilato ed Erode. Ma gli evangelisti si attengono ai fatti, non indulgono ai miti!

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