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"AI PIEDI DEL MAESTRO"

Il nostro Maestro è Gesù!
E questa dichiarazione non viene dagli apostoli.
Essa viene direttamente da Cristo, che appunto disse: "UNO SOLO È IL VOSTRO MAESTRO". Lo disse ed ebbe il diritto di dirlo. I discepoli, che vissero con Lui, riconobbero che Egli era il Maestro per eccellenza: "Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna" (Giovanni 6:68).

Anche noi, che siamo stati e siamo tuttora alla scuola del Vangelo, possiamo dire, parafrasando quanto Gesù disse di sé "Uno solo è il nostro Maestro": LUI!

Il fariseo e il pubblicano

Dal Vangelo di Luca 18:9-14:

"E disse ancora questa parabola per certuni che confidavano in se stessi di esser giusti e disprezzavano gli altri:
Due uomini salirono al tempio per pregare; l'uno Fariseo, e l'altro pubblicano.
Il Fariseo, stando in piè, pregava così dentro di sé: O Dio, ti ringrazio ch'io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; né pure come quel pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che posseggo.
Ma il pubblicano, stando da lungi, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: 'O Dio, sii placato verso me peccatore!'
Io vi dico che questi scese a casa sua giustificato, piuttosto che quell'altro; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato."

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Lo scopo di Gesù nell'illustrazione di questa parabola è di richiamare l'attenzione sulla giustificazione concessa da Dio per mezzo della fede nella Sua grazia.
Taluni non ravvisavano la necessità di essere giustificati, perché si sentivano "giusti e disprezzavano gli altri", ma la loro era soltanto una illusione.
Con la parabola del "fariseo e del pubblicano" Gesù condanna la presunzione dell'uomo e lo richiama alla ricerca della vera giustificazione. L'autogiustificazione è il più grande ostacolo alla salvezza:

"Poiché noi non osiamo annoverarci o paragonarci con certuni che si raccomandano da sé; i quali però, misurandosi alla propria stregua e paragonando sé con sé stessi, sono senza giudizio" (2Corinzi 10:12)

La parabola ruota attorno alla figura di due uomini, che intendono comparire davanti alla presenza di Dio.

Uno di questi è un fariseo, appartenente alla setta religiosa più rigida quanto all'attaccamento alla legge mosaica ed alle tradizioni rabbiniche. Gesù ricorda proprio un fariseo, perché quella figura era davvero considerata in Israele, ed era vista come un modello: lo stesso apostolo Paolo elenca fra quanto poteva vantare, nel suo passato, dicendo:

"Io ... quanto alla legge, Fariseo" (Filippesi 3:5)

Il Signore vede quel fariseo entrare nel tempio, ode la sua arringa e trae le Sue conclusioni.

Poi c'è un pubblicano. Costui riscuoteva le tasse per conto del governo di Roma ed era considerato spregevole, intanto perché aveva tradito il popolo di Israele, in quanto si era alleato con i Romani, poi perché solitamente riscuoteva più del lecito: "Ora vennero anche dei pubblicani per essere battezzati da Giovanni battista, e gli dissero: Maestro, che dobbiamo fare? Ed egli rispose loro: Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato" (Luca 3:12-13), ed infine perché riscuotere le tasse non ha mai reso onore a nessuno (Matteo 9:10-11).

Il Signore è arbitro di quegli uomini ed è il giudice non solo in questa parabola.

Seppure Dio è chiamato in causa dall'invocazione del fariseo e del pubblicano, Egli giudica in ogni caso persino i pensieri del cuore "e non vi è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a Lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte dinanzi agli occhi di Colui al quale abbiamo da rendere ragione" (Ebrei 4:13).

Gesù mette a confronto questi due personaggi, per dichiarare chi sarebbe stato approvato. Dal paragone deduciamo degli accostamenti, come il fatto che salgono allo stesso luogo, il tempio, nello stesso tempo, nell'ora della preghiera, con lo stesso pensiero, di rivolgersi a Dio. Da altri particolari, però, si notano le differenze.
Il fariseo vuole farsi notare ed è in piedi, il pubblicano si tiene lontano, perché si ritiene indegno. Il fariseo esalta sé stesso e le sue "virtù", il pubblicano non scusa sé stesso e prova dolore per il peccato.
Il fariseo non ha bisogno di Dio e non rivolge a Lui alcuna preghiera. Non aveva peccati da confessare? Dalla sua bocca non esce né un grido, né una richiesta, né una lode.
Il pubblicano, invece, ha una richiesta da presentare a Dio.
Senza dubbio il fariseo aveva una buona conoscenza della Legge mosaica e dei riti religiosi.
Il cuore del pubblicano, però, sapeva quello che il fariseo non aveva mai saputo:

"Dio è colui che giustifica l'empio" (Romani 4:5).

Se, invece, fossero stati simili, il pubblicano avrebbe probabilmente detto: "Signore, Ti ringrazio che non sono così cattivo come gli altri miei colleghi. Io non penso solo al guadagno, ma vengo anche a pregarTi".

Dalla biografia di entrambi sono evidenti le differenze fra i due.

Il Fariseo dice: "Non sono rapace".
I tuoi guadagni sono sempre onesti?
Ma Gesù ha detto degli scribi:

"Essi che divorano le case delle vedove e fanno per apparenza lunghe preghiere" (Luca 20:47).

"Non sono ingiusto".
Qualcuno ci conosce bene:

"E Gesù disse loro: Voi siete quelli che vi proclamate giusti dinanzi agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori" (Luca 16:15).

"Non sono adultero".
Sei stato fedele con la moglie della tua giovinezza?

"E dei farisei si accostarono a Gesù tentandoLo, e dicendo: "È lecito di mandar via, per qualunque ragione, la propria moglie?"" (Matteo 19:3).

"Non sono come quel pubblicano".
Dio ha insegnato nella Legge ad amare il prossimo come sé stessi (Proverbi 14:21). Perché lo disprezzi?

"Io digiuno".
La Legge lo richiedeva una sola volta l'anno, nel giorno delle Espiazioni, ma i farisei amavano sfigurarsi per apparire più santi (Matteo 6:16).

"Io pago la decima".
Tu sei scrupoloso con le inezie, ma trascuri le realtà più importanti, come "la giustizia e l'amore di Dio". (Luca 11:42).

Il fariseo è un uomo che "ha sbagliato luogo": meriterebbe ... la geenna! Egli era un perduto, perché riponeva la speranza di salvezza nel suo buon carattere.

La nostra salvezza non può essere fondata sulle osservanze religiose, perché, altrimenti, noi non daremmo più alcun valore a Cristo, che ha sofferto per noi sulla croce.

Chi dall'esterno avesse notato la scena, avrebbe concluso che il pubblicano aveva la coscienza davvero sporca. Invece, dopo avere permesso agli ascoltatori di "leggere" nel cuore dei due uomini, Gesù presenta l'opinione di Dio: "Io vi dico. La Sua valutazione è vera, obiettiva, scrupolosa, giusta, inappellabile".

Questi piuttosto che quell'altro.
Quanto spesso il giudizio dell'uomo non corrisponde alla valutazione di Dio:

"L'Eterno non guarda a quello cui guarda l'uomo: l'uomo riguarda all'apparenza, ma l'Eterno riguarda al cuore" (1Samuele 16:7).

I giudizi dell'uomo sono davvero poco attendibili, perciò è preferibile che non ne teniamo conto.

Scese a casa sua giustificato. Il disprezzato ed il reietto torna a casa sua in pace, assolto dalla giustizia di Dio, liberato dai peccati, riabilitato, tranquillo, giustificato:

"Beato colui la cui trasgressione è rimessa e il cui peccato è coperto!" (Salmo 32:1).

Chi si innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato. Una verità già illustrata ed insegnata (Matteo 23:12).

L'insegnamento della parabola.

Perché il rispettato Fariseo non fu accettato?
Non per la sua rispettabilità, né per la sua religiosità, ma per la sua ostinazione e la sua superbia.
Perché il pubblicano fu giustificato?
Non per la sua vita di peccato, né per il suo spirito reazionario, ma per il suo ravvedimento.
Il fariseo poneva la speranza di salvezza unicamente nella sua onestà e nel suo buon carattere, ma non fece caso alla Scrittura che dice:

"Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia ... ma tu ti sei adirato contro di noi, perché abbiamo peccato ... Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro e tutta la nostra giustizia come un abito lordato" (Isaia 64:5).

Il pubblicano, invece, non aveva nessuna posizione di privilegio e non poteva presentare a Dio nessuna opera buona. La giustificazione e la salvezza, però, è solo per Grazia (Efesini 2:8-9).

Salvezza o perdizione dipendono dalla scelta dell'uomo. Finché non si riconosce il proprio bisogno e non ci si umilia davanti a Dio, non rimane alcuna possibilità di essere salvati:

"Vi è tal giusto che perisce per la sua giustizia, e vi è tal empio che prolunga la sua vita con la sua malvagità".

Perciò cerchiamo di conoscere noi stessi, se vogliamo evitare la severità del giudizio di Dio, che svelerà la reale situazione dell'anima nostra. Accettiamo il fatto che Dio vuole perdonarci e che non possiamo confidare nella nostra onestà per ricevere la giustificazione; l'apostolo Paolo così conclude:

"Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo" (Romani 5:1).
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