Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

"Fino a quando, Signore?" (Salmo 13:1-3)

"O Eterno, non correggermi nella tua ira, e non castigarmi nel tuo cruccio. Abbi pietà di me, o Eterno, perché sono tutto fiacco; sanami, o Signore, perché le mie ossa sono tutte tremanti. Anche l'anima mia è tutta tremante; e tu, o Eterno, fino a quando?"

In un suo romanzo Isaac B. Singer, autore ebreo polacco vissuto in America, Nobel 1978 della letteratura, morto nel 1991, così scriveva:
«Credo che in qualche punto dell'universo debba esserci un archivio in cui sono conservate tutte le sofferenze e gli atti di sacrificio dell'uomo. Non esisterebbe giustizia divina se la storia di un misero non ornasse in eterno l'infinita biblioteca di Dio».

Da sempre l'umanità si pone questa domanda: il respiro di dolore che giorno e notte sale dalla terra al cielo, ha un Dio che lo raccolga?
La risposta è affidata alla stessa parola di Dio che fa balenare davanti agli occhi dell'uomo che la «biblioteca» divina non registra tanto le vittorie militari, i successi, i trionfi degli uomini - raccoglie, invece, le lacrime e le sofferenze dell'uomo.

È il Salmo 56 ad esprimere con forza questa certezza:

«I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli; non sono forse registrate nel tuo libro?» (v.8).

Nell'otre il beduino del deserto conserva la realtà più preziosa: l'acqua che gli permette di sopravvivere nelle marce lungo le piste assolate della steppa.

Dio, il grande pastore dell'umanità, ha nel Suo scrigno le lacrime dell'uomo, quasi fossero perle da non lasciar cadere nella polvere della terra.
Nel suo «libro della vita» egli registra il lamento e il dolore delle sue creature.
Ed è proprio la Bibbia a dare voce a questo dolore e lo fa soprattutto nei Salmi, con la raccolta delle preghiere del popolo di Dio: è significativo notare che ben un terzo dei 150 Salmi è riservato alla supplica e al lamento della persona afflitta.

Io ho voluto attingere a questa straordinaria collezione di preghiere e di canti, selezionando quelli che esprimono l'amarezza del credente che prega, per l'umiliazione del dolore fisico.

Ho così, preparato questa meditazione dalla cui lettura chi è nella malattia e nella sofferenza possa trovare un aiuto ed un incoraggiamento alla preghiera.

Siamo, dunque, di fronte alle parole che Dio stesso si attende di sentirsi rivolgere da chi ha la carne ferita e l'anima straziata.

Certo, «le sue vie non sono le nostre vie»; alcune volte - come gridano gli autori di questi salmi.

Nel Salmo 74:11, Dio sembra assente, indifferente, viene descritto «con la mano trattenuta in seno» come un vecchio. Ma il suo volto è sempre quello di un padre che scorge più lontano del suo bambino e secondo strade diverse e misteriose.

Il Salmo 10:14,afferma: che Dio «vede l'affanno e il dolore, tutto guarda e prende nelle sue mani».

Il romanziere russo C. Ajtmatov, così scrive:
«Cosa non è stato pronunziato per secoli in suppliche e preghiere senza fine! Oh, se si potessero materializzare in qualcosa di concreto inonderebbero la terra come oceani straripanti di acqua amara e salata!».
Ed io aggiungo:
Ma "Su questo "mare" la fede accende una fiaccola: essa è pur sempre un minuscolo punto di luce quando ci si dibatte tra le onde e i gorghi, ma nella tenebra è una méta, un segnale, l'attesa di un approdo".

La scrittrice ebrea francese Simone Weil, molto vicina a Cristo nel suo travaglio interiore, ha scritto una bella testimonianza autobiografica.
Rinchiusa in una cella di un campo di concentramento nazista, così angusta da essere simile a una bara, aveva cominciato a battere contro quelle mura i piedi, le mani, la testa in un gesto di ribellione e di disperazione.
Ma ecco, nel silenzio seguìto allo sfinimento, dall'altra parte di una parete gli giunsero, soffusi e attenuati, i colpi di risposta di un suo compagno di martirio. Iniziava, così, una comunicazione di vita proprio attraverso quello schermo di isolamento e di morte.
Concludeva, Simone Weil:

"Il dolore è come quel muro, ci si può disperare, restando inerti al di qua di esso; ma si può anche battere, bussare, lottare contro di esso per scoprire che al di là c'è uno che ti ascolta. Anzi, Uno che ti può liberare e condurre alla pace «all'ombra delle sue ali»; Uno che sà quanto aspro sia il sapore delle lacrime, ma anche l'unico capace di tergerle".
L'apostolo Giovanni conferma che Dio: «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate»
(Apocalisse 21:4).

Il poeta francese A.de Musset ci ha lasciato un verso folgorante ma anche impressionante:
"I canti più disperati sono anche i canti più belli".

Il dolore è spesso simile ad un fuoco che affina l'anima e l'intelligenza rendendole incandescenti e luminose.

Nel Salmo 13 è di scena il dolore nel suo aspetto drammatico e demolitore: il salmista si sente sfinito, le ossa tremano per la febbre, tutto l'organismo è sconvolto; dalla gola esce un lamento ininterrotto, le notti diventano un incubo che non finisce mai, le lacrime cadono sul letto e stendono un velo davanti agli occhi ...

Egli esclama:
"FINO A QUANDO SIGNORE?"

"Pietà di me, Signore, sono sfinito!
Guariscimi, Signore:
tremano le mie ossa, l'intero mio essere è sconvolto.
Fino a quando, o Signore ...?
Torna a liberarmi e a salvarmi per il Tuo amore!
Sono stremato dal gemere, le notti sono tutte un lamento,
inzuppato di lacrime è il mio letto,
per il troppo piangere mi si accecano gli occhi ...
Sì, il Signore ode il mio grido,
il Signore raccoglie la mia preghiera".
(Salmo 6:3-5,7-8,10).

Questa descrizione della sofferenza fisica rivela quanto la preghiera biblica sia fatta di carne e di sangue, sia sincera e senza falsi pudori, diventi persino protesta.

Infatti la supplica si trasforma in un grido spezzato, lanciato verso Dio: «Fino a quando, Signore?».
È l'eterno, audace interrogativo, che tutti i sofferenti rivolgono a un Dio che sentono indifferente e distante. Ma è anche, contemporaneamente, espressione della fiducia "nell'ultima spiaggia": quella del Signore.

Il salmista è, quindi, segretamente certo che Dio infrangerà il suo silenzio e accoglierà l'invocazione di chi soffre.

Lutero giustamente commentava che Dio ascolta con maggior amore la protesta quasi blasfema di un disperato che non le lodi compassate, perfette ma fredde di un benestante.

Anche noi, allora, preghiamo con tutti i malati del mondo, con tutti i disperati e gli infelici, coi fratelli che, nella sofferenza implorano. Sappiamo, infatti, come dice l'autore del Salmo 10, che: «tu, Signore, vedi ogni dolore e ogni affanno, lo guardi e lo prendi nelle tue mani».

Sulla scia dell'antica supplica del Salmo 6 pregheremo così:

"Padre, fonte amorosa della vita e della speranza, ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange, per quanti non riusciamo a confortare: dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri, forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell'angoscia. Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza, di giungere all'alba della gioia e della risurrezione"!
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