Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

Gandhi ("Mahatma" Ovvero: "La grande anima")

Penisola del Kathiawar, India. Ogni mattina all'alba, il sonno leggero di Mohandas viene interrotto dal rotolare cupo di due carri sull'acciottolato del cortile.
Questa volta il ragazzo balza dal letto e corre alla finestra per vedere che succede.
Un uomo e un giovanotto, cenciosi e sporchi da far paura, stanno afferrando ad uno ad uno i grandi cesti della spazzatura e li vuotano sui carri che hanno tirato fin lì a forza di braccia.
È una fatica dura. Specialmente il giovanotto (un ragazzo lungo e magro) non ce la fa a sollevare i cestoni tutto d'un colpo, e sovente la spazzatura gli finisce addosso.
Quattro guardie, ai lati del portone, assistono indifferenti all'operazione.

Ora l'uomo e il giovane si fanno scivolare le larghe strisce di cuoio sul petto, e puntando i piedi sul selciato trascinano via i carri ricolmi, verso la strada.

Un'ora dopo, Mohandas prende il primo té nel salotto, accanto a sua madre.
Le domanda all'improvviso: "Chi sono quei due spazzaturai?"
Gli occhi della signora Putlibari Gandhi si fanno immediatamente duri: "Come ti sei permesso di guardarli? Sono Uka e suo figlio, due "paria" immondi. Quelli della nostra casta devono tenerli lontani, anche dagli occhi. Ricordati che tu sei Mohandas Karamchand Gandhi, e che tuo padre è un ministro del principe di Rajkot".

Una grande ira fa brillare gli occhi di Mohandas. Ha dodici anni, e non osa ribellarsi a sua madre. Ma quel crudele disprezzo per gli "intoccabili" lo riempie di furore silenzioso. "Ero solo un ragazzo" - "scriverà molti anni dopo - "ma capivo che quella era una grave ingiustizia. I "paria" erano uomini come noi, lavoravano molto più di noi. Perché dovevamo trattarli peggio degli animali? Fin d'allora avevo un grande desiderio di ribellarmi a quella legge ingiusta".

Il mattino seguente, quando sente il rotolare dei carri, Mohandas Gandhi sguscia dal letto e scende nel grande cortile. Il giovanotto ha afferrato il primo cesto. Mohandas gli è accanto: "Aspetta, ti dò una mano".
Uka lo guarda con occhi sbarrati: "Vai via: siamo dei "paria".
"Lo sò. Ma a me non importa proprio niente".

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Dodici anni dopo, in Sudafrica. Un avvocato timido e mingherlino viaggia sul treno a vapore che collega Durban a Pretoria. È ravvolto penosamente in un vestito europeo, e nella tasca interna della giubba porta un biglietto di prima classe.
Al sopraggiungere del bigliettaio lo tira fuori adagio e lo presenta.
"Ma voi non siete indiano?" - strilla il controllore.
"Precisamente" - mormora l'omino.
"Il vostro posto è in terza classe! Uscite!"
"Mi dispiace, signore, ma io ho pagato il biglietto".
"Non me ne importa un corno! Gli indiani in Sudafrica viaggiano in terza classe! O uscite o chiamo la polizia!".

La polizia viene. Dieci minuti dopo l'avvocato Mohandas K. Gandhi, con gli occhi scintillanti d'ira, scende dal treno in una piccola stazione sperduta. Passerà la notte a camminare in sù e in giù lungo il binario per non aver voluto arrendersi alla prepotenza dei "padroni" boeri.

Sono avvenute tante cose negli ultimi dodici anni, dal giorno in cui sua madre svenne vedendolo caricare spazzatura accanto ai "paria", e suo padre lo picchiò piangendo di dolore.

A sedici anni è stato mandato a Londra, per ricevere una formazione "europea". Prima di partire giurò davanti al bramino Mavij: "Non berrò vino, non mangerò carne, non avvicinerò donne, renderò sempre il bene per il male".
La vita della capitale inglese lo ha assalito con il suo fascino: nei primi mesi si è vergognato di essere un povero indiano, un "incivile".
Ha indossato il frack, si è adattato al collo esile un colletto duro, altissimo. Ha preso costose lezioni di dizione inglese per far sparire la sua cadenza indiana. Ha perfino cominciato a studiare il violino e il ballo.

Poi, all'improvviso, sente vergogna di questa "mascherata".
Gli inglesi con i loro frack e i loro colletti duri, sono coloro che da cento anni tengono in catene il popolo indiano. Sfruttano le miniere dell'India, impongono i loro commerci, trattano gli indiani come una "razza inferiore".
"Una civiltà che insegna a sfruttare gli altri popoli" - conclude Gandhi - "non può essere che una civiltà falsa".

Chiuso nella sua stanza, dove si prepara da solo il pranzo e la cena sopra una stufa, Gandhi s'immerge nello studio dei grandi libri dell'umanità: la Bibbia, il Corano, i Veda, i filosofi greci. "Rimasi affascinato" scrive - "dal Nuovo Testamento, specialmente dal Sermone della montagna".

Dall'India, intanto, gli giungono cattive notizie: sono morti suo padre e sua madre, e i suoi fratelli stanno facendo debiti per mandargli il denaro necessario. Gandhi accelera i suoi esami. Al termine del terzo anno ottiene l'abilitazione ad esercitare l'avvocatura, e torna immediatamente in patria.

Il primo impiego l'ottiene presso una casa di commercio del Kathiawar. Da anni essa è implicata in un processo che si trascina in Sudafrica. Gandhi è inviato laggiù perché metta fine a quel complicato affare.

In Sudafrica ci sono 70 mila indiani: agricoltori e piccoli commercianti. Passando da un tribunale all'altro, Gandhi scopre le misere condizioni dei suoi compatrioti.
I bianchi, padroni del Sudafrica, li chiamano con disprezzo "kulis". Nelle città vengono cacciati giù dai marciapiedi. Possono lavorare, ma non possedere terre. Non possono votare. Se vogliono spostarsi da una provincia all'altra devono domandarne il permesso alle autorità. Quelli che vogliono tornare in India sono privati, da una legge brutale, di metà dei loro guadagni.

Camminando in sù e in giù lungo il binario, con gli occhi scintillanti, Mohandas Gandhi matura una grande decisione: Il processo per la casa di commercio del Kathiawar è quasi finito. "Ma prima di tornare in India voglio fare qualcosa per i miei fratelli".

Non ha molto da mettere a disposizione dei suoi fratelli: un diploma di avvocato, una voce debole e una grande timidezza. Ma crede nell'amore e nella reciproca comprensione, e questo sarà l'esplosivo potente della sua rivoluzione.

Sulle grandi spianate di terra rossa del Natal, Gandhi comincia a parlare alle folle dei "kulis" vestiti di tela bianca.
All'inizio, queste folle silenziose di lavoratori hanno una certa diffidenza di quell'omino che, da solo, vuol mettersi contro i bianchi onnipotenti. Ma lentamente la diffidenza scompare, e sulle spianate di terra rossa le folle di "kulis" si fanno sempre più numerose ed attente.

I giornali della capitale, dapprima indifferenti, cominciano ad interessarsi ed a preoccuparsi di questi comizi numerosi e ordinatissimi.
I giornalisti e i poliziotti inviati per "riferire e sorvegliare" si trovano davanti ad uno spettacolo sbalorditivo. Quell'omino timido ed impacciato, davanti ai suoi fratelli si trasforma in un oratore pieno di passione, travolgente. La sua voce, un pò cantilenosa e gutturale, ha il tono ispirato e mistico dei profeti.
Ma ciò che più impressiona giornalisti e poliziotti è ciò che questo piccolo profeta dalla pelle bruna dice ai suoi fratelli. Egli parla dei "kulis" oppressi dai bianchi, dell'ingiustizia di questa situazione, ma non li invita ad una rivoluzione o ad un'azione di forza: li esorta ad una rivolta morale.
Sono parole strane per un rivoluzionario: "Dite sempre la verità, anche negli affari. Siate onesti, più onesti dei vostri avversari. L'odio non può generare che odio. Per questo noi non dobbiamo volere la distruzione dei nostri avversari. Gli inglesi e i boeri che ci opprimono hanno pure un senso di giustizia, di onore. Noi ci appelliamo a questo senso di giustizia, di onore, perché ci restituiscano la nostra libertà. Ci ribelleremo soltanto alle leggi ingiuste, ma la nostra ribellione non sarà violenta. Ci lasceremo picchiare, mettere in carcere, finché il senso di giustizia dei bianchi si sarà ridestato".

Nasce così il metodo della "non-violenza", che Gandhi chiama "satyagraha", una parola indiana che significa "forza della verità e dell'amore".
I bianchi guardano sbalorditi decine e decine di migliaia di indiani violare le leggi ingiuste e sopportare in silenzio le conseguenti pene.
Si tratta di una rivoluzione nuova, incredibile.
Le prigioni del Sudafrica si riempiono in pochi giorni di indiani che non oppongono resistenza alle manette ed alle frustate. Ma non si possono imprigionare 70 mila uomini!

E intanto, i giornali di tutto il mondo cominciano ad interessarsi della faccenda, ed a rendersi conto che il Sudafrica è uno stato tirannico, dove sono in vigore leggi ingiuste ed inconcepibili in un mondo civile.

Gandhi sà che nessun governo a lungo andare può tenere in prigione migliaia e migliaia di sudditi, ne ostinarsi su leggi ingiuste, quando tutto il mondo è pronto a bollarlo come stato tirannico. Basterà avere pazienza, e continuare la lotta silenziosa senza stancarsi, senza scoraggiarsi.

Scoppia la guerra degli inglesi contro i boeri. Gandhi, che dagli inglesi è stato minacciato, picchiato, chiuso in prigione, organizza un corpo di mille volontari indiani. Vanno nelle trincee a raccogliere e curare i feriti inglesi!

Dopo numerose battaglie combattute per i diritti e l'emancipazione del popolo indiano, scocca la fatidica data del 30 Gennaio 1948.

Migliaia di persone vestite di bianco, alzano le mani congiunte in preghiera verso un vecchio uomo (Gandhi), curvo dal passo strascicato, che avanza a fatica appoggiandosi alle spalle di due giovani nipoti.
Qualcuno fa largo con decisione, e si getta ai suoi piedi baciandoli.

Ora anche un giovane alto e slanciato si è fatto largo, è giunto a fatica davanti a lui. La folla aspetta che si getti in ginocchio e baci i piedi del santo. Invece no.
Dà un violento spintone alle due fanciulle che sorreggono il vecchio, estrae una rivoltella di sotto le vesti e spara, da brevissima distanza, tre colpi.

La folla, agli spari, è precipitata in un silenzio tesissimo. In quell'attimo di silenzio si sentì distintamente le due ultime parole mormorate dal vecchio: "O Dio!" Poi, con un ultimo sforzo solleva le mani, le unisce in un gesto di preghiera e di perdono, e cade riverso, mentre gli occhiali gli penzolano e i sandali gli sfuggono: Il Mahatma Gandhi è morto per mano di un fanatico assassino!

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU era riunito.
I rappresentanti di tutto il mondo stavano discutendo importanti argomenti per la pace. Entrò velocemente un usciere e fece scivolare davanti al Presidente una fascetta di carta, mormorandogli all'orecchio: "Urgentissimo".

Il Presidente diede un'occhiata, afferrò il campanello e lo scosse con violenza.
"Signori" - scandì emozionato nei microfoni - "Ho ricevuto in questo momento una notizia cui non riesco a credere: il Mahatma Gandhi è morto! Sento di interpretare il vostro pensiero interrompendo per questo annuncio luttuoso le sedute del Consiglio, e vi prego di commemorare questo morto, la cui vita ha significato tanto per il mondo!".

In quell'istante stesso, ai microfoni della radio indiana, il Primo Ministro Nerhu dava, piangendo, l'incredibile notizia ai suoi connazionali: "Il Mahatma Gandhi è morto. La nostra luce si è spenta. Il padre dell'India, l'amico, il consolatore di tutti noi non è più!".

Gandhi era stato ucciso, ma la sua missione di pace, di libertà, di amore, era stata compiuta. Egli era un vittorioso!

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