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Giuseppe: un uomo pulito!

L'autore biblico che ha scritto la storia di Giuseppe, meriterebbe un "premio letterario" fuori del comune. Le vicende che narra sono il supporto necessario per scavare nella psicologia del profondo di un uomo, che balza evidente nella narrazione con una grandezza morale, senza paludamenti e senza la minima ombra.
Un gioiello narrativo che và oltre la letteratura e la storia. Si potrebbe dire un'opera d'arte scritta da un grande psicologo.
Il popolo d'Israele, nella sua fuga dall'Egitto, portò con sé le spoglie di Giuseppe. Sembra grottesco. Invece è il segno di voler salvare dall'oblìo l'unica cosa pulita della lunga stagione egiziana: GIUSEPPE.

Un fanciullo come tanti, fra tanti fratelli. Arrivato penultimo in casa di Giacobbe, ma ricco di tenerezza verso il padre e di disarmante semplicità verso i fratelli più grandi.

Un ragazzo intelligente, dedito più alla riflessione che al gioco.
Non tollerato dai fratelli maggiori è venduto da loro, e dai mercanti condotto schiavo in Egitto.
Nella casa del capo delle guardie del faraone - di cui è diventato maggiordomo - la moglie civettuola di questi e con pochi scrupoli morali, vuole approfittare di questo giovane straniero per spassarsela. Oltretutto è "bello di forma e avvenente d'aspetto" (Genesi 39:6).
Ma i chiari e insistenti adescamenti della donna non piegano Giuseppe di un centimetro: "Come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?" (Genesi 39:9).
E la donna reagisce accusandolo come suo tentatore. Giuseppe non ha testimoni. Non può provare la sua innocenza. Per lui c'è la condanna e la prigione (Genesi 13:2).

Tutti, carcerati e carcerieri, si accorgono ben presto che Giuseppe è un uomo diverso.
Disciplinato, mite, gentile con tutti. Se c'è un compito di fiducia, è affidato a lui. Se c'è un cruccio nel cuore, è a Giuseppe che ne parlano. Nonostante questo, viene dimenticato da chi è scarcerato. Non se ne lamenta. Non porta rancore. È un mansueto che si porta nel cuore la beatitudine della libertà, nonostante tutto.

Poi, un colpo di scena che sà quasi di fantascienza. Dal carcere al rango di viceré d'Egitto. Nonostante che non sia il suo popolo di sangue e di fede, usa tutta la sua intelligenza per organizzare una vera e propria pianificazione economica. Sarà la salvezza per tutti gli egiziani.
Ma in Egitto, in tempo di fame, arrivano anche i fratelli. Poveri, affamati, in cerca di grano per sopravvivere alla grande carestia. Giuseppe li riconosce e da loro non è riconosciuto. Potrebbe vendicarsi. Potrebbe ritorcere il suo potere contro di loro. Essi in ultima analisi, sono dei vinti e lui è il vincitore.

Ma la sua non è la morte del "guai ai vinti", ma della giustizia di Dio e dell'amore.
Il potere che ha nelle mani non gli ha cambiato il cuore, non gli ha fatto girare la testa, non lo ha inorgoglito, non gli ha fatto dimenticare il vecchio padre e il fratello pià piccolo. È rimasto quello di prima, quello di sempre. È rimasto il figlio della famiglia di Giacobbe, che si commuove, che non si vergogna di piangere dalla gioia.

Le prove alle quali sottopone i fratelli non hanno la minima tinteggiatura di odio o di vendetta. Sono semplicemente uno stratagemma per far nascere nei fratelli una coscienza nuova.

Sono momenti di una "seduta psicologica" di alto livello e di grande perizia. Non vuole sostituirsi a Dio, ma semplicemente aiutare i fratelli a scoprire il loro stato di colpa ed essere uomini nuovi.

Ogni azione umana è ambivalente. E lui, dal cuore puro, non fissa il suo sguardo sull'aspetto peccaminoso del gesto dei fratelli, ma su quello positivo e provvidenziale. "Non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato prima di voi per conservarvi in vita" (Genesi 45:5).

"Tutto è grazia" per chi ha il cuore pulito.
Tutto è provvidenza per chi ha occhi penetranti per leggere dritto tra le righe contorte delle vicende umane.
Tutto è salvezza per chi sà scorgere la presenza di un Dio che salva anche attraverso le persone che lo ignorano o lo calpestano.

Una colpa, certo, quella dei fratelli. Ma felice colpa, quando c'è un Giuseppe che si lascia manovrare dalla fede anziché dalla sola ragione e dall'istinto e che si lascia portare da chi "dall'alto" tesse la trama della storia.

ANCHE LA CARESTIA, PER UN CUORE COME QUELLO DI GIUSEPPE, PUÒ ESSERE UNA MADIA PIENA DI PANE!

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