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"AI PIEDI DEL MAESTRO"

Il nostro Maestro è Gesù!
E questa dichiarazione non viene dagli apostoli.
Essa viene direttamente da Cristo, che appunto disse: "UNO SOLO È IL VOSTRO MAESTRO". Lo disse ed ebbe il diritto di dirlo. I discepoli, che vissero con Lui, riconobbero che Egli era il Maestro per eccellenza: "Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna" (Giovanni 6:68).

Anche noi, che siamo stati e siamo tuttora alla scuola del Vangelo, possiamo dire, parafrasando quanto Gesù disse di sé "Uno solo è il nostro Maestro": LUI!

La parola e l'azione

"Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". (Matteo 7:21)

Tutto il brano con il quale si chiude, con la seconda metà del capitolo 7 del Vangelo di Matteo, il sermone sul monte è una vivace ed immaginosa contrapposizione di due forme e concezioni contrastanti della religione.

Da una parte la religione dei "falsi profeti", religione di parole e teorie che non sono accompagnate e comprovate dalle azioni e dall'altra la religione del credente che vive, si sforza di vivere, la sua fede.

Le immagini con le quali Gesù illustra il contrasto si susseguono e si incalzano rapide ed efficaci: il falso profeta che ha parvenza di agnello, ma nasconde, sotto tale aspetto, la sua natura di "lupo rapace"; l'albero che si vorrebbe dire buono ma invece fa frutti cattivi; l'uomo che ha costruito una bella casa, ma con le fondamenta malsicure perché semplicemente appoggiate sulla fragilità di uno strato sabbioso di superficie ...

Variano le immagini, ognuna di esse con un suo particolare sapore evocativo, ma al centro di tutte, la solenne dichiarazione: non basta dire "Signore, Signore" per "entrare nel Regno dei cieli", bisogna "fare la volontà del Padre".

Alla religiosità delle parole, dell'apparenza, Gesù contrappone la vera religiosità, quella dei fatti, quella che impegna davvero tutta la vita e ne informa ed ispira la condotta.

Gesù informa i suoi discepoli che il criterio di giudizio con il quale Dio giudicherà i credenti veri, da quelli che solo affermano di essere tali, sarà il criterio della sincerità della loro fede messa sul banco di prova delle azioni, della vita.
Ciò non significa affatto che il giudizio di Dio sia informato al criterio delle "opere" dell'uomo e che, di conseguenza, queste siano da considerarsi "meritorie", ma semplicemente che Dio, il quale ci salva "per grazia", "mediante la fede" non si lascia fuorviare dalle apparenze, non si lascia ingannare da una mera "professione" di fede ... che si accontenti di parole, ma guarda alla reale consistenza della fede stessa, la quale, se veramente tale, se sincera e reale, deve impegnare il credente non solo nelle parole, ma in tutta la sua condotta.

Rivendicare l'importanza delle "opere" ossia delle azioni e della vita pratica, non significa affatto sminuire il meraviglioso messaggio evangelico della gratuità del perdono di Dio mediante l'opera salvifica di Cristo, ma richiamare noi stessi alla grande responsabilità che la parola udita e creduta ci pone dinanzi: essa è stata offerta alla nostra fede affinché, come diceva l'apostolo Giacomo, non ci accontentiamo <illudendo noi stessi, di rimanere degli "uditori" della Parola, ma sappiamo esserne dei "facitori"> (Giacomo 1:23) ricordando quello che anche l'Apostolo Paolo scriveva affermando che "la profonda conoscenza della volontà di Dio" ci è stata data "affinché camminiamo in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in opera buona" (Colossesi 1:9-10).

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