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"Beati i poveri in spirito..."
La prima delle "beatitudini" pronunciate da Gesù nel "Sermone sul monte" proclama:
"Beati i poveri in ispirito, perché di loro è il regno dei cieli!".
Senza dubbio è la più nota, ma anche la più bistrattata fra le beatitudini.
È stata utilizzata per tessere un interessato elogio della povertà ed è servita per gettare
un'ombra di sottile sarcasmo verso coloro che riteniamo "poveri di spirito".
Ma qual è il significato di questa beatitudine?
Il parallelo nell'Evangelo di Luca (6:20) parla semplicemente di "poveri". Ma sarebbe arbitrario
affermare che Luca, malgrado la sua invettiva contro i ricchi, esprime semplicemente l'elogio della povertà materiale.
Certo, l'Evangelo pone spesso in luce come i poveri siano più disponibili ad accogliere il suo messaggio
e come l'annuncio di liberazione concerna loro più direttamente. Ma il Vangelo non evidenzia mai l'elogio della povertà
in sé e per sé.
Più che ad uno "stato", la beatitudine ci addita un "atteggiamento". Ed in ciò,
ha il suo carattere universale. Il termine "poveri" designa infatti il mendicante, l'uomo che domanda piuttosto che l'uomo
che non possiede. Il teologo Buonaiuti traduceva infatti questa beatitudine: "Beati gli accattoni".
E noi ci rendiamo subito conto che il concetto di povertà, si carica così di un significato
spirituale, esprime un atteggiamento di umiltà, di attesa, di ricerca del soccorso divino. I poveri cui Gesù si
rivolge, i poveri della prima beatitudine, sono i poveri che, a differenza dei ricchi, non ripongono fiducia in sé stessi, o
in ciò che posseggono, ma in Dio; da Lui attendono e da Lui ricevono l'annunzio del Regno.
Sono coloro che non hanno nulla da far valere davanti a Dio e quindi sono disponibili al Suo annuncio.
La povertà "in ispirito" potrebbe quindi essere espressa con un atteggiamento di umiltà.
È soprattutto una povertà riconosciuta, accettata dinanzi a Dio, di cui la povertà materiale è solo il
segno esteriore.
Per meglio comprendere la prima beatitudine, noi dovremmo metterla a confronto con le parole che Gesù
rivolge ai discepoli quando essi vogliono allontanare da Lui dei piccoli fanciulli: "Di tali è il Regno dei cieli"
(Matteo 19:14), afferma Gesù.
E altrove Gesù proclamerà che per entrare nel regno dei cieli, occorre riceverlo "come un
piccolo fanciullo" (Marco 10:15).
I poveri di cui parla Gesù nella prima beatitudine, sono dunque non tanto coloro che si sentono poveri
dinanzi agli uomini, ma coloro che si sentono tali dinanzi a Dio.
Perché sono costoro che, nella coscienza della loro pochezza, deposto ogni falso orgoglio ed ogni
fallace sicurezza, si aprono in tutta umiltà all'azione fecondatrice del Regno di Dio che viene.
Ed essi sono "beati" perché in tale Regno già sono inseriti e nel quale già
"sono il frutto".
Sono beati perché nell'economia del Regno di Dio si tratta di una "povertà" che è
ricchezza; di una rinuncia che è possesso; di un guardare "oltre noi stessi" che è il nostro vero
potenziamento.
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