Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

"AI PIEDI DEL MAESTRO"

Il nostro Maestro è Gesù!
E questa dichiarazione non viene dagli apostoli.
Essa viene direttamente da Cristo, che appunto disse: "UNO SOLO È IL VOSTRO MAESTRO". Lo disse ed ebbe il diritto di dirlo. I discepoli, che vissero con Lui, riconobbero che Egli era il Maestro per eccellenza: "Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna" (Giovanni 6:68).

Anche noi, che siamo stati e siamo tuttora alla scuola del Vangelo, possiamo dire, parafrasando quanto Gesù disse di sé "Uno solo è il nostro Maestro": LUI!

"Beati i poveri in spirito..."

La prima delle "beatitudini" pronunciate da Gesù nel "Sermone sul monte" proclama:

"Beati i poveri in ispirito, perché di loro è il regno dei cieli!".

Senza dubbio è la più nota, ma anche la più bistrattata fra le beatitudini.

È stata utilizzata per tessere un interessato elogio della povertà ed è servita per gettare un'ombra di sottile sarcasmo verso coloro che riteniamo "poveri di spirito".

Ma qual è il significato di questa beatitudine?

Il parallelo nell'Evangelo di Luca (6:20) parla semplicemente di "poveri". Ma sarebbe arbitrario affermare che Luca, malgrado la sua invettiva contro i ricchi, esprime semplicemente l'elogio della povertà materiale.

Certo, l'Evangelo pone spesso in luce come i poveri siano più disponibili ad accogliere il suo messaggio e come l'annuncio di liberazione concerna loro più direttamente. Ma il Vangelo non evidenzia mai l'elogio della povertà in sé e per sé.

Più che ad uno "stato", la beatitudine ci addita un "atteggiamento". Ed in ciò, ha il suo carattere universale. Il termine "poveri" designa infatti il mendicante, l'uomo che domanda piuttosto che l'uomo che non possiede. Il teologo Buonaiuti traduceva infatti questa beatitudine: "Beati gli accattoni".

E noi ci rendiamo subito conto che il concetto di povertà, si carica così di un significato spirituale, esprime un atteggiamento di umiltà, di attesa, di ricerca del soccorso divino. I poveri cui Gesù si rivolge, i poveri della prima beatitudine, sono i poveri che, a differenza dei ricchi, non ripongono fiducia in sé stessi, o in ciò che posseggono, ma in Dio; da Lui attendono e da Lui ricevono l'annunzio del Regno.
Sono coloro che non hanno nulla da far valere davanti a Dio e quindi sono disponibili al Suo annuncio.

La povertà "in ispirito" potrebbe quindi essere espressa con un atteggiamento di umiltà. È soprattutto una povertà riconosciuta, accettata dinanzi a Dio, di cui la povertà materiale è solo il segno esteriore.

Per meglio comprendere la prima beatitudine, noi dovremmo metterla a confronto con le parole che Gesù rivolge ai discepoli quando essi vogliono allontanare da Lui dei piccoli fanciulli: "Di tali è il Regno dei cieli" (Matteo 19:14), afferma Gesù.

E altrove Gesù proclamerà che per entrare nel regno dei cieli, occorre riceverlo "come un piccolo fanciullo" (Marco 10:15).

I poveri di cui parla Gesù nella prima beatitudine, sono dunque non tanto coloro che si sentono poveri dinanzi agli uomini, ma coloro che si sentono tali dinanzi a Dio.

Perché sono costoro che, nella coscienza della loro pochezza, deposto ogni falso orgoglio ed ogni fallace sicurezza, si aprono in tutta umiltà all'azione fecondatrice del Regno di Dio che viene.

Ed essi sono "beati" perché in tale Regno già sono inseriti e nel quale già "sono il frutto".

Sono beati perché nell'economia del Regno di Dio si tratta di una "povertà" che è ricchezza; di una rinuncia che è possesso; di un guardare "oltre noi stessi" che è il nostro vero potenziamento.

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