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"FATTI E NON PAROLE"

Presentiamo qui a sostegno di un "approfondimento", una raccolta di concezioni e di testimonianze strane e sorprendenti, rese al carattere di Cristo come uomo, da scrittori eminenti ed increduli, scettici di "professione" od almeno liberi da ogni tendenza dogmatica e che, pertanto, non possono venire sospettati di parzialità. Le testimonianze che qui di seguito esporremo, sono importanti ed interessanti in vari modi.

Il centurione presso la croce

"E il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, temettero grandemente, dicendo: "Veramente, costui era Figliuol di Dio"" (Matteo 27:54).
"E il centurione che era qui presente dirimpetto a Gesù, avendolo veduto spirare a quel modo, disse: "Veramente, quest'uomo era Figliuol di Dio!"" (Marco 15:39).
"E il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Iddio dicendo: "Veramente, quest'uomo era giusto"" (Luca 23:47).

NOTA.

Il centurione qui menzionato è il solo che, secondo l'usanza romana, presiedesse all'esecuzione dei condannati. Egli era perciò chiamato (come si legge in Seneca): "Centurio supplicio praepotus", o secondo Tacito: "exactor mortis".

Questo centurione, quello di Capernaum (Matteo 18) e il centurione Cornelio (Atti 10), formano un triunvirato di soldati pagani credenti in Cristo Gesù.
L'espressione: "Veramente questi, o quest'uomo (come dice Marco, era un figlio di Dio" (testo greco: "uiòs Teoù") pu� essere presa (secondo il teologo Mayer) in un senso politeistico equivalente a "semidio", interpretazione questa che si può ammettere per l'assenza dell'articolo definito davanti a "uiòs" e dal passo parallelo di Luca che sostituisce "òìkìos" e "uiòs Teoù" di Matteo e di Marco.

Ma gli studiosi Lange e Alford sostengono che il centurione fece uso dell'espressione in senso giudaico o cristiano, riconoscendo Gesù come il Messia.
Non è affatto improbabile che egli abbia avuto precedentemente conoscenza delle attese giudaiche e dei diritti di Cristo.

Giuda, Iscariota

"Allora Giuda, che l'aveva tradito, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì, e riportò i trenta sicli d'argento ai capi sacerdoti ed agli anziani, dicendo: <Ho peccato, tradendo il sangue innocente>. Ma essi dissero: <Che c'importa? Pensaci tu>. Ed egli, lanciati i sicli nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi" (Matteo 27:3-5).

NOTA.

La confessione del disperato traditore con quella di Pilato e del Sinedrio, i quali non potevano trovare un'altra accusa contro Gesù, salvo quella che Egli si sia autodefinito il Messia, rivendica completamente l'innocenza di Gesù e la giustizia delle Sue straordinarie pretese.

Se Giuda, durante tre anni di relazioni famigliari, avesse conosciuta la minima cosa che potesse intaccare la purezza morale del suo Maestro, egli l'avrebbe avidamente fatta "valere" per giustificarsi e per pacificare la sua coscienza.

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