Rubriche mensili In questo mese... Vivere in Cristo Allo Specchio

G. G. Rousseau

Famoso scrittore francese che deve la sua celebrità al racconto dal titolo "Emile" (lib.4�).

Questo famoso rétore, nacque a Ginevra nel 1712 e morì, dopo una vita irrequieta e burrascosa ed infelice, presso Chantilly nel 1778.

Fu uno dei principali collaboratori che prepararono, con i loro scritti, la rivoluzione francese.
La sua vita è una serie di errori, di capricci, di leggerezze e di subitanei cambiamenti.

Dal Calvinismo passò con disinvoltura al Cattolicesimo e da questo all'incredulità; dall'incredulità ad una fede passeggera; dalla povertà alla miseria, dalla persecuzione all'esilio; dall'esilio alla gloria, alla felicità, e quindi di nuovo ricadde dalla gloria e dalla felicità nella miseria, dalla filantropia alla misantropia, dal buon senso nella follia; sempre e dovunque dimostrando sprazzi di un ingegno non comune.

Fu difatti uno degli scrittori più eloquenti e più affascinanti del secolo in cui visse, ma altresì dei più paradossali e più pericolosi; egli intravide ogni cosa con vivida immaginazione e tutto ciò che scrisse è caratterizzato dall'impeto del sentimento e della passione.

Parlò con saggezza della virtù e della religione, ma tradì le due cose con la sua condotta, quando si accinse a raccomandarle.

Ha delle pagine attraenti sulle amorevolezze delle donne, e visse lungo tempo in relazioni illecite e finì per sposare la sua serva, donna volgare ed intemperante. Egli rimbrottò le signore francesi che affidavano i loro bambini alle bàlie e collocò il suo proprio fanciullo in un ospizio di trovatelli!

NOTA.

È però degna di nota la testimonianza che egli rese a Cristo ed al Vangelo. È certo fra ciò che egli scrisse di meglio e di più duraturo. La scrisse verso il 1760, e la pubblicò nella sua opera sulla "educazione". La sua edizione fu condannata per le pericolose elucubrazioni fatte sulla religione e sulla morale, e venne espulso egli stesso dal parlamento francese e dalla Francia. Qui di seguito ne traduciamo letteralmente un brano:

"Vi confesso che la maestà delle Scritture mi stupisce, la santità del Vangelo parla al mio cuore. Vedete, tutti i libri dei filosofi, con tutta la loro pompa, quanto sono piccoli di fronte a quello! È mai possibile che un libro così sublime e tanto semplice sia l'opera degli uomini? È mai possibile che Colui del quale racconta la storia, non sia che un uomo? È forse quello il tono di un entusiasta e di un ambizioso settario?
Quanta dolcezza, quanta purezza nei suoi costumi!
Qual grazia commovente nelle sue istruzioni!
Quanta elevatezza nelle sue massime.
Quanta saggezza profonda nei suoi discorsi!
Quanta presenza d'animo, quanta finezza mirabile e quanta precisione nelle sue risposte!
Quanto impero sulle sue passioni!
Dov'è l'uomo, dov'è il saggio che sappia agire, soffrire e morire senza debolezza e senza ostentazione?

PLATONE descrisse il suo giusto immaginario coperto dell'obbrobrio del delitto e degno di tutti i premi della virtù: egli dipinge parafrasando Cristo stesso; la somiglianza e tanto caratteristica che tutti i padri della Chiesa l'hanno sentita e non è possibile ingannarvisi.
Quale pregiudizio e quanto accecamento bisogna avere per paragonare il figlio di Sofronisca al figlio di Maria!
Quale distanza l'uno dall'altro!

SOCRATE, morendo senza dolore, senza ignomìnia, sostenne facilmente la sua parte fino alla fine, e se questa facile morte non avesse onorato la sua vita, si dovrebbe dubitare se Socrate con tutto il suo spirito non fosse altro che un sofista.
Egli inventò la morale: altri prima di lui l'avevano praticata; quindi non fece che dire ciò che essi avevano fatto; tradusse semplicemente i loro esempi in lezioni.

ARISTIDE era stato giusto prima che Socrate avesse detto ciò che sia la giustizia.
LEONIDA era morto per il suo paese prima che Socrate avesse detto che è un dovere l'amore per la patria.
SPARTA era sobria prima che Socrate avesse lodato la sobrietà. Come prima che egli avesse definita la virtù, la Grecia abbondava di uomini virtuosi.

Ma GESÙ dove aveva egli preso - presso i suoi -, quella morale elevata e pura della quale solo egli diede lezioni ed esempio?
In mezzo al fanatismo furibondo, egli fece echeggiare la più alta sapienza e risplendere la semplicità delle più eroiche virtù; egli onorò il più vile di tutti i popoli.

La morte di Socrate che se ne sta filosofando pacificamente con i suoi amici, è la più gradevole che si possa desiderare; quella di Gesù che spirante fra i tormenti, ingiuriato, vilipeso e maledetto da un popolo intero, è la più orribile che possa temere.

Socrate prendendo il calice avvelenato benedice colui che glielo offre e che piange; Gesù in mezzo ad un supplizio spaventevole, prega per i suoi accaniti carnefici. Sì, se la vita e la morte di Socrate sono di un savio, la vita e la morte di Gesù sono quella di un Dio!"

ROUSSEAU, così continua:

"Diremo noi che la Storia dell'Evangelo è stata inventata a piacimento? Amico mio, non è così che s'inventa; e i fatti di Socrate, di cui nessuno dubita, sono assai meno attestati di quelli di Gesù Cristo.
Insomma, è scansare la difficoltà senza distruggerla; sarebbe cosa più inconcepibile che molti si fossero messi d'accordo per fabbricare quel libro e che non ve ne sia uno solo che ne abbia elaborato ed insegnato l'argomento.

Giammai autori giudaici avrebbero potuto trovare né quel tono, né quella morale; e l'Evangelo ha caratteri di verità tanto grandi e sorprendenti, così perfettamente inimitabili, che l'inventore sarebbe più meraviglioso dell'eroe. Con tutto ciò, questo stesso Evangelo è ripieno di cose incredibili, di cose che ripugnano alla ragione e che nessun uomo di senno potrebbe concepire né ammettere.
Che fare in mezzo a tutte queste contraddizioni?
Figlio mio, bisogna essere modesto e circospetto; bisogna rispettare in silenzio ciò che non si sà respingere né comprendere, ed umiliarsi dinanzi al grande essere che solo conosce la verità".
Chiesa di Cristo - Ferrara © , Diritti Riservati