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Il vino prelibato di un equivoco Messia

Dal più spirituale degli evangelisti, Giovanni, apprendiamo che Gesù ha aperto la sua carriera pubblica trasformando l'acqua in vino alle nozze di Cana. La salvezza si presenta con caratteristiche di terrena gioia e non di astrattezza.
Il direttore di mensa osserva che si tratta di vino prelibato.

La cronaca del fatto è molto semplice.
Si svolge un banchetto nuziale, cui Gesù viene invitato con i suoi amici e con sua madre.
Sul più bello della festa allegra viene a mancare il vino. Dietro la sollecitazione di sua madre, Gesù compie il miracolo.
Trasforma seicento litri d'acqua in vino squisito.
Restituisce la gioia a quell'allegra brigata di commensali, che stava per finire male.
Il miracolo è il dito di Dio.
Ma non è questo l'unico indizio della veracità dell'episodio e della divinità di Cristo.
C'è un altro risvolto molto suggestivo e umano.

Secondo gli schemi mentali degli ebrei, il profeta è l'uomo del digiuno e dell'ascetismo.
Ma Gesù di Nazareth rompe tale schema e si sottrae al comportamento del ruolo.
Lo troviamo spesso ai pranzi e alle feste.

Il rimprovero più frequente, che viene mosso a Gesù, è quello di "mangiare e bere".
Per di più i farisei osservanti lo accusano di frequentare compagnie equivoche di "pubblicani", "peccatori e peccatrici".

Questo strano Messia non fa nulla per sottrarsi alla campagna scandalistica, anzi sembra aggiungere scandalo a scandalo, facendosi trovare a tavola da una peccatrice.
Naturalmente il peccato per eccellenza: il sesso. Una prostituta.
Racconta Luca che quella donna svergognata gli bagnava i piedi con le lacrime, glieli asciugava con i capelli e li profumava con unguento prezioso. Tra lo stupore ipocrita dei presenti, Gesù concluse quella affettuosa liturgia con il grande perdono: "La tua fede ti ha salvato. Và in pace".
Questo aspetto della biografia di Gesù ne conferma l'attendibilità.
Se gli scrittori ebrei avessero inventato il Messia, gli avrebbero attribuito i connotati del rigore ascetico e non ne avrebbero fatto un allegrone della tavola.
Per di più, non solo apprezza il vino, ma si rivela intenditore di tecniche enologiche, quando afferma: "Nessuno mette il vino nuovo in otri vecchi, affinché non capiti che il vino spacchi gli otri e vadano a male gli otri e il vino. Ma si mette il vino nuovo in otri nuovi".

Il cronista Luca gli mette in bocca un'altra sentenza.
A tale riguardo osserva giustamente Vittorio Messori: "Pare a noi evidente per la cultura ebraica di scambiare per Dio o di inventare come Dio un personaggio come questo. Gli mancavano tutte le altre caratteristiche imposte a chi volesse recitare il ruolo di Messia".

E non aveva neppure l'austerità di vita o un minimo di prudente ipocrisia per sfuggire alla pubblica accusa di ghiottone e di beone.
E non c'è intenzione negli evangelisti di sorvolare su particolari così imbarazzanti e di presentare il Messia come un asceta.
Anzi emerge in modo fortissimo la contrapposizione tra questo "equivoco" Messia, che mangia e và a nozze, e Giovanni il Battista, che invece si nutre di cavallette e miele selvatico.
Eppure la storia ha dato ragione al Battista che, alludendo a Cristo, diceva: "Occorre che egli cresca e io diminuisca".

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